Tentorio, passione popolare al servizio della città

ITALIA. Le sue due grandi passioni sportive dicono già di che pasta fosse fatto: il ciclismo e il calcio, gli sport della gente comune, quelli che non fanno distinzione tra ricchi e poveri, quelli che se per caso li pratichi anche - come faceva lui -, ti temprano alle fatiche della vita.

Hai sì da correre e da pedalare, ma se non hai aria nei polmoni e forza nelle gambe, e magari piove e fa freddo, o sai come cavartela usando il cervello, oppure finisce che ti fai male. Ecco, Franco Tentorio era così: una persona umile fino al midollo, ma con un bagaglio culturale e una raffinatezza di pensiero che gli consentivano di rimanere sulle proprie posizioni senza mai arretrare di un passo, nemmeno quando l’avversario che aveva di fronte era particolarmente aggressivo. Oggi farebbe fatica a stare nell’agone della politica «moderna», si troverebbe a disagio, per due semplicissimi motivi. Il primo perché era una persona mite, una «sensibilità» che certo non contraddistingue i politici di oggi, abituati ad aggredire sempre e comunque, anche quando il buon senso consiglierebbe di ritirarsi in buon ordine e con la bocca chiusa. Il secondo perché lui la politica la conosceva davvero, sapeva capirla e sapeva farla, a differenza dei molti che oggi si atteggiano a statisti senza averne la statura, buoni solo a caricare l’ugola per arringare le piazze. La sua mitezza tradiva forse anche un po’ di timidezza, che finiva però per essere un tratto distintivo del suo modo di fare, più incline al sorriso e alla «battuta» per stemperare i toni con ironia piuttosto che irrigidirsi in posizioni sterili quanto inutili.

La sua mitezza tradiva forse anche un po’ di timidezza, che finiva però per essere un tratto distintivo del suo modo di fare, più incline al sorriso e alla «battuta» per stemperare i toni con ironia piuttosto che irrigidirsi in posizioni sterili quanto inutili.

Gli studi in Bocconi (laurea nel 1967, e già questo la dice lunga sul suo grado di preparazione) gli avevano insegnato il peso e l’importanza di essere pragmatici, ponendo la concretezza e l’utilità pratica davanti all’astrattismo teorico dell’ideologia politica. Un modo di fare che aveva caratterizzato la sua azione di governo alla guida della città, portata avanti sempre con pacatezza, anche quando «i suoi» gli rinfacciavano la necessità di mostrare i denti e tirar fuori le unghie. Ma sopra le righe Tentorio non c’è mai andato e non ha mai voluto andarci: per temperamento, per carattere, per formazione culturale e di pensiero. Anche se in più di un’occasione ne ha pagato il prezzo, dentro e fuori l’aula di Palazzo Frizzoni, non è mai venuto meno a quell’eleganza e quel rispetto che contrassegnava la sua azione politica.

Il valore della politica

Era un uomo di destra, della destra storica di Almirante e di Mirko Tremaglia, a cui era legato da un inestinguibile affetto filiale, ma non ne ha mai incarnato né i caratteri radicali né le espressioni e le modalità che segnavano le manifestazioni di piazza degli anni ’70. «Sei un democristiano che ha smarrito la via» gli si diceva di tanto in tanto per marcare le differenze con quella parte di destra burrascosa che scaldava gli animi (e non solo), ma ci rideva sopra: sapeva il valore della politica e conosceva il valore dei suoi avversari di un tempo, e sotto sotto gli faceva piacere essere paragonato a quel mondo morbido e riflessivo. La sua era una destra elegante, felpata, mai prevaricatrice, sempre aperta al dialogo, al confronto, e anche se poi ciascuno rimaneva sulle proprie posizioni non c’era frattura: al massimo finiva con Tentorio che, inclinando un poco la testa (a destra o a sinistra non faceva differenza) allargava le braccia. In quell’atteggiamento richiamava il Don Camillo di Guareschi davanti al Cristo «parlante» del la chiesa di Brescello: non era un segno di resa, era un prendere atto della situazione, senza che da lì scaturissero insanabili fratture o contrapposizioni litigiose e arroganti, pronto anzi a rimboccarsi le maniche per trovare soluzioni ai problemi della città.

Il cordoglio trasversale

La sua amata città, che ha servito a testa alta e con la schiena dritta per mezzo secolo, sempre con competenza e la stessa inesauribile passione, animata dalla voglia di fare di Bergamo una città di tutti, una città per tutti. Non stupisce che il cordoglio espresso in queste ore alla sua famiglia (sua prima vera passione) sia unanime e trasversale. Tentorio era un galantuomo dentro e fuori la politica, aveva un profondo senso dello Stato e delle istituzioni: ne aveva il massimo rispetto perché ne conosceva il senso, il significato e il valore, ideali che condivideva e incarnava anche nel rispetto del prossimo. E proprio per questo Bergamo gli deve molto.

Un tempo gli sarebbe forse sembrato irrispettoso veder affiancato il suo nome a quello di Umberto Bossi, certamente più «ruspante» di lui. Oggi probabilmente gli strapperebbe un sorriso, ma è innegabile che anche l’uscita di scena di Franco Tentorio, così come quella del senatur, metta fine a un’epoca e a un modo di far politica di cui - purtroppo - non rimane traccia. Nei giorni scorsi ci ha lasciati anche Gino Paoli, e tra le canzoni del grande cantautore genovese ce n’è una dedicata a Fausto Coppi: «Un omino con le ruote contro tutto il mondo recita il testo - un omino con le ruote contro l’Izoard. (..) Viene su dalla fatica e dalle strade bianche, la fatica muta e bianca che non cambia mai (..). La signora senza ruote non aspetta più (..). E va su, ancora, e va su..». Franco, in sella, non era il Campionissimo, ma queste strofe un po’ lo ricordano: la fatica e le strade bianche la ha conosciute bene anche lui... Buon viaggio.

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