Tim, la posta
in gioco è alta

La letteratura accademica sulle Offerte pubbliche di acquisto insegna che l’attenzione degli acquirenti si rivolge verso quelle imprese che hanno un potenziale di crescita e di miglioramento inespresso. Ma questo è solo un modo elegante per dire che oggi Tim, oggetto dell’interesse del fondo americano Kkr, spreca una bella parte delle opportunità che il suo posizionamento le offrirebbe. Per essere ancora più espliciti: è inefficiente e inefficace, forse perché adagiata sull’inerzia di quello spirito «di bandiera», quasi monopolista, che è ormai svanito da tempo.

Tim, la posta     in gioco è alta

Lo dice la sua deprimente quotazione di Borsa, lo dicono i soci di maggioranza francesi che già stavano sollecitando un cambio del management. Se fosse un’azienda qualunque, non mi porrei molte domande e liquiderei la cosa con un «fatti loro e vinca il migliore». Se fosse l’altra società «di bandiera», quella aerea, direi: «evviva, finalmente qualcuno se la prende» (ma questo purtroppo non accadrà). Qui però c’è di mezzo qualcosa di più importante: la rete di telecomunicazioni evolute che collega l’Italia, ciascuno di noi, a quel mondo parallelo che si chiama web, che è detto virtuale ma ormai fa parte della concreta quotidianità di tutti noi. Non pensate ai telefonini, né tantomeno alle linee fisse. Il fondo Kkr chiede il tutto ma vuole una parte ben precisa: la società che implementa e gestisce la rete appunto, di cui peraltro è già socio importante.

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