Transizione ecologica, attenti alla Cina

Economia. Correva l’anno 2005. Il 5 settembre di diciotto anni fa, per la precisione. A Pechino il Commissario al Commercio dell’Unione europea, il britannico Peter Mandelson, e il suo omologo cinese, Bo Xilai, si concedono – esausti ma sorridenti - ai fotografi.

Hanno appena concluso un faccia a faccia, durato 24 ore consecutive, per negoziare la fine di quella che la stampa di allora aveva definito «la guerra dei reggiseni». Una guerra commerciale ante litteram tra Occidente e Repubblica Popolare che contiene un’utile lezione per l’oggi. I reggiseni finirono nei titoli dei giornali perché simbolo di uno stallo senza precedenti, con tonnellate di indumenti intimi femminili, ma anche maglioni, jeans e pantaloni di ogni sorta, bloccati nei container dei porti europei. Tutti «colpevoli», questi capi di abbigliamento, di essere «made in China».

Dal 1° gennaio 2005, infatti, era ufficialmente finito il periodo di transizione, iniziato nel 1994, che doveva portare allo smantellamento dell’Accordo Multifibre: da quel momento il tessile dei Paesi allora in via di sviluppo poteva avere libero accesso ai mercati occidentali. Erano stati sufficienti un paio di mesi, però, per far tremare un comparto tessile e dell’abbigliamento che al 2005 contava nel nostro continente 2,7 milioni di occupati (di cui 600mila in Italia) e che tra il 1990 e il 2000 aveva già registrato la perdita di un milione di posti di lavoro. Di fronte alla crescita a doppia cifra dell’import, soprattutto da Pechino, l’Ue frenò bruscamente – su pressione dei Paesi del Sud – e riuscì a negoziare nuove quote all’ingresso delle merci asiatiche almeno per i mesi successivi, prima della definitiva liberalizzazione degli scambi. Ma ormai per molte aziende europee – per fortuna non tutte – era scaduto il tempo per investire in nuove tecnologie, aumentare la qualità dei prodotti, riorganizzare la propria attività produttiva anche dislocandola fra Paesi diversi, insomma per tentare di rimanere competitive rispetto al «made in China» meno costoso. La concorrenza asiatica le avrebbe piegate con appena qualche mese di ritardo. La stretta di mano tra Mandelson e Bo Xilai si rivelò un pannicello caldo.

A quasi venti anni di distanza, noi europei abbiamo imparato qualcosa da quella vicenda? Secondo alcuni osservatori, la risposta è «sì». Ricordando l’epilogo della «guerra dei reggiseni», per esempio, Rupal Patel e Jack Meaning, economisti della Bank of England, sostengono che «negli ultimi anni gli Stati dell’Ue hanno aumentato gli investimenti in produzioni ad alto valore aggiunto e nelle tecnologie necessarie a creare oggetti come le turbine eoliche e i veicoli elettrici – invece dei vestiti che dipendono in maniera importante dalla forza lavoro». Per usare il gergo degli economisti, i Paesi europei si sarebbero dunque specializzati nelle produzioni di beni in cui hanno un «vantaggio comparato». Almeno in parte, effettivamente, è andata così, eppure i due autori inglesi sembrano peccare di eccessivo ottimismo. Lo dimostra quanto sta accadendo proprio sul fronte delle transizioni ecologica e digitale. L’Ue le ha scelte come obiettivi di fondo della sua politica economica, e di nuovo si trova in competizione con la Cina. Una sfida che non si gioca più su produzioni a basso valore aggiunto e ad alta intensità di forza lavoro, ma su tecnologie di frontiera. Con Pechino che, anche in questi settori, sembra spesso aver corso più di noi: secondo il Financial Times, per esempio, «la Cina domina la produzione globale di molte componenti necessarie per la tecnologia pulita». Dalle batterie alle pale eoliche, passando per i «wafer» solari. Per non dire dell’auto elettrica; secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, per costruirne una è necessaria in media sei volte la quantità di minerali utilizzati per un motore a combustione interna. Servono litio, nichel, cobalto e grafite, e gran parte di questi è oggi nelle mani della Cina.

Insomma, qualche lustro fa abbiamo perso con la Cina la «guerra dei reggiseni» consolandoci con l’idea che forse era inutile combatterla, che ci saremmo dovuti spostare su un campo di gioco più avanzato. Se oggi però, sempre con la Cina, rischiamo di perdere anche la partita sulla transizione ecologica e digitale, allora è davvero arrivato il momento di ripensare il nostro modo di tutelare e far crescere industria, competitività e occupazione in Europa.

© RIPRODUZIONE RISERVATA