Unità, valore da difendere come ponte per la pace

L’ANALISI. La Festa dell’Unità è il compleanno del nostro Paese, che forse ai più sfugge: rimanda a quel 17 marzo 1861 quando fu proclamato il Regno d’Italia. Simboli e riti sono essenziali per la cittadinanza, per il nostro essere sociali.

Istituita sull’onda del rilancio del patriottismo costituzionale sollecitato da Ciampi, la dizione completa della Festa recita «Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’Inno e della Bandiera», riassumendo così un’intera vicenda storica nella Carta del 1948. Appartiene al calendario civile, alla memoria popolare degli italiani. Una parola, Unità, necessaria per promuovere partecipazione e conoscenza, per innervare un più forte legame comunitario, facendo i conti con l’etica pubblica, con i doveri e non solo con i diritti.

Parola anche obbligata sia per i tempi che viviamo sia per ricordarci da dove veniamo. Un’Italia che ha vissuto snodi tragici, una comunità talora descritta anche come «due nazioni» per via di una propensione a dividersi fra opposti per sovraccarico di ideologie. Puntuali, quindi, i due richiami del presidente Mattarella: «Più vero sarà l’ideale della nostra unità, più ricco di opportunità sarà l’avvenire del popolo italiano. Le istituzioni sono chiamate, per prime, a dare esempio di collaborazione e responsabilità, di unione nel servizio al bene comune». Una partita che si gioca senza confini, all’interno e all’esterno del Paese. Come le sfide affrontate dall’Unità in poi, precisa il Capo dello Stato: allora indipendenza, libertà, democrazia e giustizia sociale, oggi le guerre in Ucraina e in Medio Oriente, che vanno fermate.

È proprio la parabola italiana a dire che l’Unità, nonostante tutto, non è passata invano e che va continuamente riproposta quale bene comune, cioè indivisibile. Nelle sue espressioni politiche di dialogo e mediazione e, nella dimensione internazionale, riproponendo la vocazione di un Paese-ponte. L’Unità è stata una grande passo avanti e, da qualsiasi punto di vista, ne abbiamo beneficiato tutti. Al di là delle polemiche storiografiche sulla «incompiuta» del Risorgimento, è servita all’emancipazione del Paese reale. Il Sud ne ha tratto giovamento, certo non abbastanza, ma ne ha beneficiato: pensiamo solo a cosa ha rappresentato la riforma agraria dell’età degasperiana. Ma i dividendi sono andati anche al Nord. Un esempio fra i tanti: l’imponente migrazione della manodopera del Sud riversatasi nel triangolo industriale negli anni ’50 e ’60. L’Unità non è avvenuta contro l’Europa, ma è stata un pezzo di un continente che si rinnovava e modificava nel segno degli ideali romantici, dell’autodeterminazione nazionale e della fratellanza fra «nazioni sorelle». Quindi non opposizione all’idea di Europa, piuttosto la premessa.

In un ciclo storico in cui il termine «nazione» ha ripreso un suo posto nel racconto pubblico, non va smarrita l’idea civile di Paese, quella trama unitaria tessuta sin dalla nascita della Repubblica e che, nei suoi momenti migliori, ha consentito di superare storiche contrapposizioni. La missione non è compiuta, tanto più che il clima attuale e la congiuntura internazionale non sono favorevoli. Ritornare ai fondamentali significa anche ricordare che il segreto dell’Unità, e la magia dello Stellone che ci protegge, è stata proprio la capacità di giocare la carta del pluralismo e di essere parte del processo d’integrazione europea. Ieri come oggi la domanda vitale rimanda all’Unità attraverso la pluralità territoriale, alla ricerca di una sintesi per rendere compatibili quelle due realtà che allora apparivano così distanti e conflittuali: un percorso accidentato fra alti e bassi, una questione sempre aperta, comunque sappiamo quale è stata la lezione dell’Unità.

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