Zaky, il supplizio
di uno studente

Da 300 giorni rinchiuso in una cella affollata, senza letto né materasso e costretto a dormire per terra. L’accusa è aver diffuso informazioni via social contro lo Stato. La carcerazione viene reiterata durante le udienze che si tengono ogni 45 giorni - l’ultima lunedì scorso - e nelle quali Patrick Zaky, 29 anni, egiziano di Mansoura e cristiano copto, specializzando all’Università di Bologna, ripete invano: «Sono uno studente, voglio tornare a studiare in Italia, non ho fatto nulla di quello di cui mi accusate» e chiede al giudice di verificare l’autenticità dei post di Facebook sulla base dei quali è accusato di propaganda sovversiva, secondo la legge antiterrorismo locale. Sotto il regime di Al-Sisi basta poco per finire agli arresti e Zaky, fermato all’aeroporto del Cairo il 7 febbraio scorso mentre rientrava nel suo Paese per una breve visita ai genitori e alla sorella, è stato destinato al carcere «Tora», detto anche «Tomba» perché molti detenuti escono morti, per lo stato di privazione o per le violenze subite.

Zaky, il supplizio di uno studente
Patrik Zaki, 29 anni, egiziano e cristiano copto, specializzando all’Università di Bologna
(Foto di Ansa)

In Occidente le critiche allo Stato e a chi lo governa sono all’ordine del giorno. In Egitto la legge anti terrorismo voluta dal presidente non solo consente la carcerazione preventiva senza termini né prove ma impunemente la consiglia come cura per i guastatori e i detenuti politici: sono ben 60 mila, basta una critica pubblica al regime per rientrare in questo numero enorme. Ciò da parte di una leadership di bugiardi che non è riuscita ancora ad ammettere la verità sul delitto di Giulio Regeni, il ricercatore italiano dell’Università di Cambridge scomparso il 25 gennaio 2016 mentre stava lavorando al Cairo a una tesi di dottorato sui sindacati del Paese.

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