A Treviglio le coppie di Gioele Dix raccontano i linguaggi e la scommessa dell’amore

LO SPETTACOLO. In scena venerdì 10 aprile al Teatro Nuovo, alla scoperta degli equivoci e delle incomprensioni di cui è lastricata la strada del rapporto di coppia.

«Avevo in mente da tempo di proporre un mio lavoro sul tema della coppia. L’ispirazione è arrivata grazie a un racconto di Dorothy Parker e ne è nato uno spettacolo divertente, che è anche una riflessione profonda sull’amore, sull’azzardo, sulla difficoltà di trovarsi: una storia d’amore è sempre una scommessa e l’amore è forse una delle ultime cose non completamente prevedibili e scontate che ci sono rimaste». Gioele Dix racconta così la genesi del suo spettacolo «Eccoci qui» – di cui è anche regista – che andrà in scena venerdì 10 aprile alle 21 al Teatro Nuovo di Treviglio (alla biglietteria del teatro o sul sito Vivaticket).

I protagonisti dello spettacolo

Protagonisti di questa brillante pièce composta da tre brevi atti unici sono Valentina Cardinali e Francesco Aricò, due giovani e talentuosi attori che condurranno gli spettatori in un vero e proprio viaggio nel tempo e nello spazio, alla scoperta degli equivoci e delle incomprensioni di cui è lastricata la strada del rapporto di coppia.

Al centro la coppia

Il primo atto è ispirato alla commedia «Amour et piano» di Georges Feydeau: nella Parigi di fine Ottocento una giovane di buona famiglia attende l’arrivo del maestro di pianoforte, ma alla sua porta si presenta un giovane borghese rampante che ha sbagliato indirizzo e crede di trovarsi di fronte a un’attricetta che intende sedurre. «I due personaggi sono descritti con una buona dose di ferocia, un elemento che Feydeau utilizzava spesso per tratteggiare i suoi personaggi borghesi, un po’ finti e ipocriti – spiega Gioele Dix – I due si sono conosciuti per puro caso, ma da romantico quale sono immagino che da questo incontro avvenuto per sbaglio potrebbe anche nascere un vero rapporto. Questo testo contrasta con il secondo atto, il racconto di Dorothy Parker e che dà il titolo allo spettacolo, un dialogo tra due giovani sposi nell’America degli anni ’40. È una coppia deliziosa, che si trova nella sala d’attesa di una stazione ferroviaria, in procinto di partire per la luna di miele. I due si sono sposati e hanno vissuto da sempre nel mito del matrimonio, ma litigano dall’inizio alla fine ed è chiaro che si tratta di un matrimonio destinato ad andare in pezzi, perché fondato solo sulle apparenze e sull’esteriorità. Rispetto alla prima coppia i due sposini si sono scelti, ma la loro unione andrà incontro alla rovina».

L’ultimo atto – «Ti ho postato per allegria» – è stato scritto dallo stesso Gioele Dix ed è ambientato a Milano nel 2026. «Ho immaginato due trentacinquenni che si incontrano dopo essersi frequentati a lungo su una chat. A forza di autodescriversi e di immaginare l’altro, i due hanno rimandato il momento dell’incontro, forse terrorizzati di deludere e di essere delusi. Si tratta di una modalità di incontro spesso considerato come censurabile, o come minimo riservato ai perdenti. In realtà è un metodo molto diffuso, che spesso dà origine a relazioni durature. E poi credo che tutti gli incontri siano casuali, anche quelli aiutati dall’algoritmo, che tra l’altro fa un gran lavoro, facendo forse risparmiare un po’ di tempo e anche qualche delusione».

Lo spettacolo sembra suggerire che, nonostante il trascorrere degli anni e le trasformazioni sociali e linguistiche, i meccanismi del rapporto di coppia non abbiano subìto alcun sostanziale cambiamento, spingendo il pubblico a chiedersi se sia davvero possibile capirsi tra uomini e donne

Gioele Dix è un attore, regista e drammaturgo che si è sempre concentrato molto sul linguaggio e ha rivelato in tutti i suoi lavori un profondo amore per la parola, sia scritta che parlata. «Dal punto di vista linguistico-teatrale è molto interessante il fatto che nel primo atto, ambientato a fine Ottocento, ovviamente la comunicazione è improntata su un maggiore formalismo. Nel secondo atto la protagonista è un’America sfacciata ma ancora sognatrice. Nel terzo atto, ambientato ai giorni nostri, la comunicazione diventa più diretta: i due protagonisti sono molto attrezzati, lui è un professore, lei un’influencer, c’è una certa rapidità negli scambi linguistici, ci sono molte allusioni divertenti, che danno vita a un bel confronto tra due persone molto preparate. Ma al di là del modo di esprimersi, il linguaggio dell’amore rimane sempre lo stesso: è basato sullo sguardo, la sospensione, l’attesa necessaria per capire se l’altro ha percepito qualcosa dei nostri sentimenti. È interessante anche il linguaggio del corpo e Valentina e Francesco in questo sono bravissimi. La forza di questo lavoro è data proprio dai corpi, dal loro modo di porsi: nel primo atto il giovane borghese è molto impettito, nel secondo atto gli sposini sono eleganti e formali, nel terzo invece il confronto avviene maggiormente a livello intellettuale. Paradossalmente i contemporanei sono più impacciati rispetto alla coppia dell’Ottocento, forse perché talvolta sono i pensieri a provocare imbarazzo».

Ma al di là del modo di esprimersi, il linguaggio dell’amore rimane sempre lo stesso: è basato sullo sguardo, la sospensione, l’attesa necessaria per capire se l’altro ha percepito qualcosa dei nostri sentimenti.

Lo spettacolo sembra suggerire che, nonostante il trascorrere degli anni e le trasformazioni sociali e linguistiche, i meccanismi del rapporto di coppia non abbiano subìto alcun sostanziale cambiamento, spingendo il pubblico a chiedersi se sia davvero possibile capirsi tra uomini e donne. «Mi piacerebbe che gli spettatori uscissero dal teatro interrogandosi su cosa fa funzionare davvero una storia d’amore – conclude Gioele Dix - È la domanda che si fanno tutti coloro che si leccano ferite vicine o lontane. Immagino che molta gente tra il pubblico sarà separata, divorziata, oppure avrà da poco iniziato a vivere una nuova storia d’amore. Mi piacerebbe che tutti si portassero a casa questo interrogativo. La risposta non c’è...o forse sì».

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