Da Ponte Nossa alla Banca Mondiale. «Così ho viaggiato in oltre 110 Paesi»
LA STORIA. Gli studi negli Usa e l’ingresso all’Ifc per Sabrina Borlini di Ponte Nossa. Gli incarichi internazionali, le due figlie al Cre di Grumello. «Sono cresciuta nel mondo ma resta il legame forte con Bergamo».
Dall’Italia agli Stati Uniti, alla ricerca del «sogno americano». È la storia di Sabrina Borlini che, nata a Gazzaniga ma residente all’estero da oltre trent’anni, l’«American Dream» pare proprio averlo raggiunto. Dal 2012 è direttrice di uno dei dipartimenti dell’International Finance Corporation, l’agenzia della Banca Mondiale fondata per promuovere lo sviluppo dell’industria privata negli stati in via di sviluppo e ha viaggiato in oltre 110 nazioni.
La partenza per gli Usa
«Sono cresciuta a Ponte Nossa – racconta la bergamasca, 56 anni –. Dopo il liceo, mi sono iscritta alla facoltà di Giurisprudenza, presso l’Università degli Studi di Pavia, e, nel 1992, sono partita, tramite il programma Erasmus, per Leida, nei Paesi Bassi». Sei mesi in cui Sabrina soggiorna in uno studentato, in compagnia di nove ragazzi statunitensi. Un periodo sereno della sua esistenza, ma anche una porta che, lentamente, si schiude sul mondo. «Quell’esperienza ha aumentato la mia curiosità verso altri modi di vivere – afferma Borlini –. Tornata in Italia, dopo essermi laureata, decido quindi di iscrivermi a un corso di laurea specialistica in International Business, negli Stati Uniti. La George Washington University accoglie la mia candidatura e così, nel 1995, a ventisei anni, parto per l’America».
Rischio e fallimento
«Il cibo italiano è molto popolare, ma, come si sa, subisce una totale rivisitazione. Ricordo quanto mi venisse da ridere quando, le prime settimane, mi ritrovavo a mangiare spaghetti con le polpette conditi con la celebre salsa “Alfredo”. Per non parlare del caffè che, per i puristi, non è nemmeno vero caffè»
È l’inizio di un’avventura che catapulta Sabrina in una realtà vastissima, così diversa dal piccolo comune di provincia dal quale proviene. «Tutto è veramente gigantesco, esagerato e diverso negli Stati Uniti – spiega Borlini –. Le case e le automobili, certo, ma soprattutto gli spazi. Penso alle praterie, alle montagne, alle strade caratterizzate da sei corsie. Sorrido quando mia sorella per andare a Venezia si prepara cinque giorni prima. Abituata alle distanze americane, tre ore, per me, non sono niente. E che dire del fallimento? Qui, quasi, è ben visto, perché, se non hai fallito almeno una volta, significa che non hai mai rischiato abbastanza». E poi c’è il cibo, fattore non certo da sottovalutare. Soprattutto per un italiano. «Il cibo italiano è molto popolare – dice Borlini –, ma, come si sa, subisce una totale rivisitazione. Ricordo quanto mi venisse da ridere quando, le prime settimane, mi ritrovavo a mangiare spaghetti con le polpette conditi con la celebre salsa “Alfredo”. Per non parlare del caffè che, per i puristi, non è nemmeno vero caffè. Eppure, anche in questo, gli Stati Uniti rivelano creatività e innovazione. Qualità che, anche a causa della soffocante burocrazia, mancano da tempo in Italia. L’unica tradizione che non ha subito l’influenza di altre culture, comunque, è il Giorno del ringraziamento. Un momento unico durante il quale ci si riunisce con le persone più care».
L’incontro con il tesoriere dell’Ifc
Non sono mancate le difficoltà. «Gli statunitensi sono estremamente socievoli e calorosi, ma i mesi iniziali sono stati duri – spiega Borlini –. Possedevo un’ottima cultura generale ma mi sfuggivano tutti i riferimenti all’attualità americana. L’ansia di dover padroneggiare un inglese perfetto, poi, non mi abbandonava mai». Ma non è mancata nemmeno la fortuna. «All’università, ho conosciuto Bob Graffam, tesoriere dell’Ifc (International Finance Corporation, ndr), l’agenzia della Banca Mondiale fondata per promuovere lo sviluppo dell’industria privata negli stati in via di sviluppo – racconta Borlini –. Mi ha offerto un lavoro per tre mesi come consulente. È stato il mio “foot in the door”, il mio trampolino di lancio». All’Ifc, dopo un anno di gavetta, Sabrina viene assunta a tempo indeterminato.
«A causa della mia professione, ho viaggiato tanto, visitando più di 110 nazioni – dice Borlini –. Nel 2003, mi sono trasferita a Sarajevo. In quel periodo, è nata la mia prima figlia, Annalisa. Dopo 4 anni e sempre per un quadriennio, mi sono spostata a Johannesburg, dove è nata la mia secondogenita: Carolina. Sono poi andata ad abitare a Bruxelles»
I viaggi in più di 110 nazioni
«A causa della mia professione, ho viaggiato tanto, visitando più di 110 nazioni – dice Borlini –. Nel 2003, mi sono trasferita a Sarajevo. In quel periodo, è nata la mia prima figlia, Annalisa. Dopo 4 anni e sempre per un quadriennio, mi sono spostata a Johannesburg, dove è nata la mia secondogenita: Carolina. Sono poi andata ad abitare a Bruxelles. Infine, nel 2012, sono tornata negli Stati Uniti». E proprio nel 2012 Sabrina viene nominata direttrice di uno dei dipartimenti dell’Ifc. «Le mie figlie sono cresciute parlando cinque lingue – afferma Borlini –. Abituate a girare il mondo, si sono comunque sempre sentite molto legate a Bergamo e all’Italia, anche perché, ogni estate, le iscrivevo al Cre di Grumello del Monte, paese dove abita mia sorella. Entrambe, ora, studiano Business in Europa. Anche per questo motivo, ho intenzione di rientrare nel Vecchio Continente e lasciare l’America».
Le figlie al Cre di Grumello
Una decisione dettata non solo dalla volontà di avvicinarsi alle figlie. «Gli Stati Uniti di oggi sono molto diversi da quegli degli anni Novanta – racconta Borlini –. Quando sono arrivata qui, mi sono accorta sin da subito che il “melting pot” tanto decantato rivelava tutti i suoi limiti e le sue ipocrisie. Ricordo le parole che dissi ai miei genitori: “L’America è fantastica se sei sano, giovane e ricco”. Però era comunque una nazione aperta, piena di possibilità. In Italia, soprattutto a quell’età, mai avrei potuto fare la carriera che ho fatto. Oggi, non riconosco più quel Paese che, anni fa, mi ha accolto a braccia aperte. La polarizzazione fra repubblicani e democratici si è inasprita all’inverosimile. Vedere la National Guard per le strade della capitale è scioccante. La disparità sociale, inoltre, è elevata: la maggior parte della ricchezza è concentrata nelle mani di poche persone. L’Europa è decisamente più equa».
Il futuro? Tutto da scrivere
L’America mi ha permesso di trasformare un colpo di fortuna in un’opportunità e di edificare su questa opportunità la mia felicità. Le sarò sempre grata»
Il futuro? Tutto da scrivere. «La Banca mi ha proposto delle opzioni – afferma Borlini –, ma non sono sicura di voler continuare a fare lo stesso mestiere di prima. Sicuramente, non sarà facile, anche perché mi sento veramente a casa solo con le persone un po’ apolidi, se così si può dire, come me. Per questo, ho convinto alcuni amici a comprare casa sul lago d’Iseo. L’idea è quella di creare una piccola enclave internazionale (ride, ndr)».
Ma Washington rimane nel cuore. «A volte, prendi una decisione senza sapere che essa cambierà il corso della tua vita – dice Borlini –. L’America mi ha permesso di trasformare un colpo di fortuna in un’opportunità e di edificare su questa opportunità la mia felicità. Le sarò sempre grata».
Bergamo senza confini
Essere più vicini ai bergamaschi che vivono all’estero e raccogliere le loro esperienze in giro per il mondo: è per questo che è nato il progetto «Bergamo senza confini» promosso da «L’Eco di Bergamo» in collaborazione con la Fondazione della comunità bergamasca onlus. Per chi lo desidera è possibile ricevere gratuitamente per un anno l’edizione digitale del giornale e raccontare la propria storia. Per aderire scrivete a: [email protected].
© RIPRODUZIONE RISERVATA