«Basta sci fuori stagione: d’estate i ghiacciai meglio lasciarli in pace»

L’intervista per «Terre alte». Michela Moioli, campionessa di Snowboard di Alzano: «Impagabile vivere in montagna, nei giovani vedo un approccio nuovo».

In montagna per lavorare, per vivere e per vincere. Michela Moioli ha con le terre alte un rapporto privilegiato: si allena sui ghiacciai, porta a casa titoli e medaglie da tutto il mondo, quando smetterà la tuta di snowboarder olimpionica immagina di restare nel mondo dello sport lavorando in quota, dove già tanti suoi coetanei scelgono di stabilirsi perché trovano «una qualità della vita imparagonabile rispetto a quella dei centri urbani».

È la riflessione della 27enne di Alzano Lombardo che si sta preparando in queste settimane alla prossima Coppa del mondo di snowboard, un appuntamento che rischia però di dover fare i conti con i cambiamenti climatici.

«La prima tappa – spiega la campionessa bergamasca – è in programma a fine ottobre a Les Deux Alpes, in Francia: le gare dovrebbero svolgersi sul ghiacciaio di questa località, ma gli organizzatori non hanno ancora verificato se ci sia abbastanza neve per farci sciare regolarmente. Secondo me, non sarà possibile iniziare la nuova stagione agonistica così presto, credo che l’apertura della Coppa del mondo sarà a dicembre, come avveniva in passato».

Anche gli atleti internazionali e il mondo dello sport che si muove da un continente all’altro deve quindi fare i conti con il riscaldamento globale che sta riducendo le precipitazioni invernali e accelerando lo scioglimento dei ghiacciai?

«Sicuramente è un tema che sta facendo riflettere anche l’intero settore legato agli sport invernali. Benché noi atleti siamo abituati a gareggiare lungo tracciati di località sciistiche dove c’è neve soltanto sulle piste, preparate apposta per noi, è decisamente più faticoso adeguarci a quanto sta accadendo quando siamo tra l’estate e l’inizio dell’autunno, nel periodo degli allenamenti. Di solito sfruttiamo il ghiacciaio dello Stelvio, ma da quando ho iniziato ad allenarmi lì, più di dieci anni fa, è cambiato tutto. Mi dicevano che si intravedevano già i segnali del cambiamento climatico, ma da allora posso confermare che in dieci anni tutto è peggiorato in maniera allucinante: non riconosci più dove ti trovi, non riconosci più dove ti sei allenato l’anno precedente. Adesso, per raggiungere l’impianto di risalita, devi camminare perché non c’è più la neve».

Quali altre cambiamenti ha portato nelle vostre abitudini?

«Abbiamo dovuto rivedere le tabelle degli allenamenti e pensare a soluzioni alternative, magari andando ad allenarci in Sudamerica. E tuttavia io sono convinta che lo sci al di fuori del periodo invernale, come la volontà di iniziare la Coppa del mondo a fine ottobre, non sia sostenibile: i ghiacciai d’estate dovrebbero essere lasciati in pace, a noi allungare la stagione serve, ma rischia di creare dei danni e di non essere sostenibile, mi sembra di voler insistere con una programmazione della stagione agonistica che oggi non ha più il suo supporto naturale, necessario e migliore, quello della neve».

Quando si parla di sostenibilità a proposito di chi pratica lo sci o fa snowboard, molti pensano anche alla sostenibilità economica. È vero che sciare ormai sia uno sport per pochi?

«Purtroppo devo riconoscere che solo in alcune realtà è sostenibile e affrontabile anche da intere famiglie. Poche località danno la possibilità, oggi, a genitori e figli di soggiornare per una settimana bianca; in molte altre stazioni i costi sono decisamente elevati. E questo lo si vede frequentando le piste: quando ero piccola ricordo chiaramente che si vedevano tante famiglie sciare per un intero weekend, adesso se ne vedono sempre meno. Il dato complessivo dell’andamento turistico di una stazione rimane costante, perché la diminuzione dei nuclei familiari è compensata dall’arrivo di tanti turisti, magari stranieri, ma oggi è più facile osservare una coppia di genitori che osserva i figli stando ai bordi delle piste senza potersi permettere di sciare in loro compagnia. Quindi devo riconoscere che si tratta di un’attività sportiva a cui possono accedere soltanto le persone con un reddito medio alto».

Anche lo snowboard?

«Non c’è molta differenza con lo sci da discesa: lo skipass per usare gli impianti di risalita è uguale, il costo di una lezione con il maestro è uguale, le spese per mangiare al rifugio sono uguali, l’unica cosa che cambia, ma di poco, è il costo del materiale, tra sci, tavole scarponi, tute e altri accessori siamo lì, il costo è praticamente identico».

Sportivamente parlando, lei è cresciuta sulle piste di Colere e poi ha visto di fatto le principali stazioni sciistiche di tutto il mondo. Che cosa distingue ancora oggi la montagna bergamasca?

«Sicuramente manteniamo lo stile un po’ locale, per certi aspetti anche un po’ superato, ma credo sia importante iniziare a modernizzarsi senza perdere lo stile bergamasco che ci contraddistingue. Questo, dal mio punto di vista, non deve mancare».

Bisogna modernizzare la gestione delle località turistiche bergamasche?

«Io penso che riuscire a mantenere conduzioni familiari di diverse attività legate allo sci e al turismo in montagna sia molto importante e bello, però questo implica che ci siano delle difficoltà maggiori a crescere e a migliorarsi. D’altro canto, modelli di gestione come quelli che si trovano sulle Dolomiti dove imprenditori che arrivano da fuori decidono di investire, ha aspetti certamente positivi ma anche dei limiti».

L’Eco di Bergamo ha avviato questa inchiesta sulla montagna parlando della destagionalizzazione del turismo ad alta quota, perché sono in molti a ritenere che finora sia rimasto vincolato allo sci. Cosa pensa della grande frequentazione a cui la montagna è andata incontro nei periodi primaverili ed estivi negli ultimi due anni? Si può parlare di una moda?

«Sicuramente quello che abbiamo vissuto tutti durante il lockdown per il Covid ci ha portato ad avere fisicamente bisogno di stare all’aria aperta e a riconsiderare il modo in cui ciascuno di noi impiega il proprio tempo libero. Tornando a quanto dicevamo a proposito della sostenibilità economica dello sci, la montagna in estate è certamente più abbordabile e alla portata di tutti, anche da parte di chi in inverno deve fare delle rinunce. In più, la montagna d’estate mette a disposizione tutta una serie di attività sportive che sono numerose e varie. Tutto questo è certamente un bene. L’altra faccia della medaglia è che all’interno di questo flusso c’è gente inesperta che vuole provare a fare cose inadeguate per il livello di preparazione e per le attrezzature a disposizione; tutto ciò determina più incidenti e maggiori richieste di intervento di soccorso anche non veramente necessarie».

E lei, si immagina ancora in montagna quando avrà terminato la carriera sportiva?

«Sono certa che nel mio futuro ci saranno sempre lo sport e la montagna; all’università sto studiando scienze motorie, e mi immagino, pensando al mio domani, in veste di preparatore atletico, con una prospettiva più ampia rispetto a quella di allenatore di giovani atleti di snowboard».

Ai ragazzi che iniziano a sciare che cosa consiglia?

«Se un giovane ha la volontà e il talento per intraprendere una carriera nell’ambito degli sport legati alla neve, il primo consiglio che sicuramente mi sento di dare è di affidarsi a degli sci club o a delle squadre con esperienza. Poi credo che ci sia un’altra qualità che non deve mancare: la grande flessibilità e l’estrema elasticità per adattarsi a situazioni sempre nuove, per cambiare piano, per rivedere i propri programmi. Anche noi nelle scorse settimane dovevamo andare in Argentina ad allenarci, ma abbiamo dovuto rinunciare e modificare subito i piani della preparazione. Bisogna un po’ essere come l’acqua, saper prendere la forma di dove ti mettono per non perdere di vista il proprio obiettivo, che si raggiunge solo con tanta voglia di fare fatica e con tanto impegno».

Oltre a chi la frequenta per praticare sport, le persone che decidono di restare in montagna sono romantiche e sognatrici?

«No, anzi la loro è una scelta fortemente consapevole e ben fondata. Avranno più strada da percorrere per tornare a casa, avranno minori opportunità lavorativa, ma la qualità della vita di cui possono godere è impagabile. In montagna non ci sono lo stress, l’inquinamento e il sovraffollamento della città. Non c’è paragone, dai. Io vivo ad Alzano Lombardo, in mezzo alle colline della Maresana, ma se potessi andrei ancora più su. Oltre a chi resta in montagna, c’è anche chi lascia le città per andare a viverci. Proprio in questi giorni ho letto la testimonianza di un giovane di Milano che ha mollato tutto e per gestire un rifugio a 2mila metri di quota. Magari è un caso isolato, ma forse è il segnale di un approccio nuovo».

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