Caregiver, allarme stress. Il 40 percento accanto ai malati giorno e notte
L’IDENTIKIT. Il 38,8 percento ha tra i 55 e i 64 anni, con impegni di cura gravosi. Riva (Ats): rete familiare in trasformazione. Il portale ne intercetta 36mila.
Lettura 3 min.Donna, di mezza età, spesso lavoratrice, non di rado chiamata a prendersi cura anche dei figli. Se si potesse tratteggiare l’identikit del caregiver bergamasco, chi si prende cura di una persona cara in condizioni di fragilità, prenderebbe forma questo profilo. Ma ci sarebbero anche tanti altri dettagli da aggiungere: l’impegno costante, la necessità di un orientamento tra i servizi ancora prima del supporto economico, il rischio del burnout.
Ad aggiornare la mappatura sui caregiver bergamaschi – se ne stimano oltre 110mila, calibrando sull’intera provincia le rilevazioni nazionali dell’Istat – è l’Ats, attraverso i dati del «fascicolo informatizzato» del Progetto Caregiver Bergamo, l’esperienza avviata ormai dal 2023 in sinergia con molte realtà del territorio per fronteggiare un bisogno crescente. Attraverso équipe multidisciplinari, sono state raccolte informazioni su un campione di 2.500 persone, mentre il portale www.caregiverbergamo.it ha intercettato 36mila cittadini in cerca d’informazioni.
La rete famigliare che cambia
«La rete familiare non è scomparsa, ma è in profonda trasformazione: diventano reti più strette e più lunghe, perché ci sono meno figli ma si vive più a lungo, e tutti sono chiamati a responsabilità di questo tipo», premette Iorio Riva, direttore del Dipartimento della Programmazione per l’integrazione delle prestazioni sanitarie e sociosanitarie con quelle sociali dell’Ats di Bergamo. Due caregiver orobici su tre (il 65,3%) vivono con la persona che accudiscono: sono soprattutto i coniugi, ma anche figli «che in ragione dell’assistenza spostano il loro domicilio dai genitori o trasferiscono i genitori nella propria abitazione». E ancora: il 42,4% degli utenti coinvolti nel progetto si occupa del proprio caro sia il giorno sia la notte, mentre a livello anagrafico il 38,8% ha tra i 55 e i 64 anni. Un dettaglio significativo, quest’ultimo, perché porta a immaginare un futuro più complesso: invecchiano le persone fragili ma invecchiano anche i caregiver, con tutto ciò che ne consegue a livello di salute e gestione dello stress e dell’impegno.
Cosa chiedono
Ma cosa chiedono queste persone? «Di non essere lasciate sole quando un fenomeno come quello della longevità e dell’invecchiamento impatta sul loro esistere», spiega Riva: «L’orientamento, il supporto alla fatica e il sostegno psicologico sono preminenti rispetto alle richieste economiche». È evidente da altri spunti: il 33% degli intervistati presenta un livello di stress «elevato», e un altro 53% parla di «stress moderato».
«Questi elementi devono interrogare il sistema dei servizi, ma al tempo stesso ci dicono della bontà del nostro modello – prosegue Riva –, votato in primo luogo all’organizzazione di un network all’interno della quale il caregiver possa trovare più facilmente una risposta alle esigenze».
È a questo che serve, ad esempio, il sito internet del progetto: i 36mila utenti che lo hanno preso come punto di riferimento sono «cittadini che hanno navigato sul sito e sui suoi contenuti trovando risposta al proprio bisogno e che pertanto non hanno avuto la necessità di essere attenzionati dalle équipe caregiver». Pagina dopo pagina si trovano riscontri a domande tipiche e frequenti (gli uffici ai quali rivolgersi per questioni burocratiche, le associazioni dei pazienti e dei familiari, le informazioni sul trasporto sociale, i diritti dei lavoratori, le cure domiciliari), ma anche corsi ed eventi, gruppi di sostegno e tutorial.
Oltre l’approccio sanitario
Insomma, la strategia non può essere solo sanitaria. «La cronicità necessita di relazione e quotidianità ancor più che di prestazioni. Dobbiamo unire il professionale con l’informale senza trasformare il caregiver in un infermiere».
Le équipe
In quest’ottica operano le «équipe caregiver», quattordici nell’intera Bergamasca: ne è attiva una per ogni Ambito territoriale sociale e si trovano all’interno delle Casa di comunità. Le compongono uno o più infermieri di famiglia e di comunità dell’Asst di riferimento e da un assistente sociale dell’Ambito, con un monte ore settimanale per l’ascolto, l’orientamento ai servizi, il supporto pratico-logistico e la formazione al caregiver.
«Generazione sandwich»
Rimane però una «cifra oscura», ossia coloro che sono caregiver nella vita di tutti i giorni ma non sono noti al sistema dei servizi. «La prima difficoltà è riconoscersi come caregiver – ragiona Riva –. Vale in particolare per i più giovani: abbiamo fatto attività nelle scuole e finanziato un intervento sul tema, ma è un mondo che resta poco conosciuto». Un’altra sfida è quella di chi contemporaneamente è caregiver di un genitore e deve crescere un figlio piccolo. «È la cosiddetta “generazione sandwich”, schiacciata tra due carichi di cura opposti – rimarca l’esperto –. Su questo, il potenziamento della conciliazione vita-lavoro è una leva». Ma si lavora anche sul futuro, oltre che sul presente.
«La demografia amplificherà queste istanze: ad esempio, ci saranno sempre più anziani con meno figli, e soprattutto anziani soli – conclude Riva –. Una mano potrà arrivare dalla tecnologia: se vogliamo attrezzare i luoghi della casa come luoghi di cura, probabilmente beneficeremo dell’evoluzione digitale, grazie a tecnologie assistive che aiutano paziente e caregiver».
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