(Foto di Agazzi)
L’ULTIMO SAlUTO. Folla al funerale del 12enne morto a causa di una leucemia. La mamma: «Dava forza a tutti noi». Il papà: «Sempre nel giusto».
La salma di Carlo Pasta, rapito a dodici anni dalla leucemia, è rimasta composta nella chiesina di Sant’Anna fino al primo pomeriggio di lunedì 26 gennaio. Sulla bara bianca c’erano una rosa, due chupa-chups e una maglia della Virtus di Petosino, la squadra di calcio dell’oratorio dove giocava. Poi è stata portata giù a San Giuseppe, la chiesa parrocchiale di Azzonica a Sorisole, dove una immensa folla l’ha accolta. Molti sono rimasti fuori, sul sagrato, mentre la navata traboccava di amici, soprattutto giovani e giovanissimi: e tanti di loro erano assiepati fin sui gradini che portano all’altare. Sui banchi in prima fila, una famiglia senza più lacrime, benché trafitta: papà Matteo ingegnere, mamma Luisa Pitrolino insegnante all’istituto Galli di Bergamo, la sorella Sofia di 15 anni e Nico di dieci.
Carlo è descritto dalle parole del padre: «Più che stare nelle regole, faceva di testa sua. Ma era sempre nel giusto». Adolescente ma già con un suo carattere, per mamma Luisa: «Durante la lunga terapia, Carlo non si è mai lamentato. Persino la mattina dell’ultimo giorno ripeteva, con un filo di voce: “sto bene”. È stato coraggiosissimo, faceva forza a tutti noi e al suo fratellino. Persino la sua maestra diceva che sembrava un uomo, non un bambino. Io mi fidavo di lui. L’ho portato ad Assisi, dopo aver saputo che la data della sua diagnosi coincideva con quella della morte di San Carlo Acutis». Carlo è riuscito, prima del lungo calvario delle terapie, svolte tra l’ospedale Papa Giovanni XXIII e il Bambin Gesù a Roma, a frequentare la scuola media a Petosino per un solo mese.
Il parroco, don Stefano Piazzalunga, ha tentato di rispondere alla domanda urgente che tutti si fanno, di fronte a un evento così straziante e inconcepibile come la morte di un ragazzino: «Vivere la vita con le gioie e i dolori che ci riserva – ha detto - è ciò che Dio ci chiede. Nel bene, siamo riconoscenti; nel male, dobbiamo farci forza. Questo nostro fratello lascia una scia di luce. Come, del resto, dovremmo fare noi, vivendo con impegno e disponibilità verso gli altri. Carlo ha raggiunto la mèta, l’incontro con il Cristo». La lettura dal Libro del Profeta Isaia ha detto del «Signore degli eserciti» che «eliminerà la morte per sempre, farà scomparire le lacrime da ogni volto». Le parole dal Vangelo secondo Giovanni hanno ricordato la parabola di Lazzaro resuscitato. Nell’omelia, don Piazzalunga aggiungerà: «Molti hanno pregato perché Carlo guarisse, e si chiedono: ma perché il Signore non ci ha ascoltato? Anche Marta e Maria, sorelle di Lazzaro, si rivolgono a Gesù: se tu fossi stato qui, nostro fratello non sarebbe morto. Dio ci ascolta sempre, in verità, ma il miracolo vero non è esaudire le nostre richieste, bensì imparare a riconoscer quello che il Signore già fa per noi e imparare a fidarsi di lui. Anche Gesù, per Lazzaro, soffre e piange, come noi. Le lacrime sono segno di amore. Servono a noi, non a Carlo, a ricordarci quanto è preziosa la vita, a quanto vogliamo bene alle persone. Credo che Carlo ora sia nella pace e nella serenità. E se la sua speranza era di poter vivere con i suoi amici, ora è contento di aver raggiunto la pace con il Signore. E allora guardiamo a questa bara, a questo corpo che racchiude, con fiducia e con speranza». Ha concluso: «Il Signore elimina la morte per sempre. Non qui, però: ma altrove. Lo stesso San Francesco ha lodato Dio per “sora nostra morte corporale”. Perché è il passaggio verso una vita senza fine. Anche se la vita terrena è breve, questo passaggio ci è promesso».
Al termine della Messa, mamma Luisa dirà: «Ciao, amore della mamma. Dammi un segno, dimmi che stai bene». Sul sagrato, poi, tutti si sono di nuovo raccolti. Le testimonianze delle insegnanti, i palloncini bianchi, «Il ballo del girasole» cantato dai bambini sono stati il viatico all’ultimo viaggio: il cimitero di Sorisole, dove Carlo Pasta riposerà per sempre.
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