Covid, «falsi negativi» in crescita. «Chi ha sintomi sia comunque prudente»

I tamponi Marinoni: «Il fenomeno c’è e rischia di aumentare confusione e rischi». Callegaro: «Test antigenici più tardivi dei molecolari nel segnalare la positività».

Il tema non è nuovo, ma si ripropone a ogni ondata. Anche in questa: c’è chi ha sintomi simil-Covid, fa il tampone eppure risulta negativo. Un fatto fisiologico, perché – a seconda del tipo di test – rimane sempre un margine di errore, che tra l’altro amplifica l’incertezza di questa fase epidemiologica. «È vero, il fenomeno c’è, e in particolare sembra emergere una positività ritardata rispetto alla comparsa dei sintomi – commenta Guido Marinoni, presidente dell’Ordine dei medici di Bergamo -. È un dato diffuso. Questo è un motivo in più per fare attenzione: questo fenomeno, così come i test fai-da-te e chi non fa il tampone pur in presenza di sintomi, rischia di aumentare confusione e rischi. Serve prudenza e responsabilità».

Il margine di errore legato a diversi fattori

«Il concetto dei falsi negativi è comune a ogni test diagnostico, non solo a quelli per identificare il Sars-CoV-2», spiega Annapaola Callegaro, direttrice della Medicina di laboratorio dell’Asst Bergamo Est. Ma quali sono i fattori che determinano una maggiore o minore possibilità di falsi negativi? «Tutti questi test, sin dalla loro entrata in commercio, portano con sé una determinata percentuale di falsi negativi, cioè un’incapacità a identificare correttamente l’infezione – prosegue Callegaro -: dipende dalla sensibilità dei test. Le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità e dell’Ecdc (il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, ndr) spiegano che si può utilizzare un test se ha una sensibilità superiore o uguale all’80%». Di conseguenza, c’è in teoria un «rischio» di errore pari al 20%. In teoria, appunto, perché la forbice non è mai fissa: «La sensibilità dipende molto, oltre che dal singolo tipo di test, anche dal setting (cioè dalla platea cui si rivolge l’indagine diagnostica, ndr) e dalla prevalenza: più la prevalenza è alta, cioè più si cerca il virus in contesti ad alta diffusione virale, e meno sono i falsi negativi». Altri sono i fattori in gioco: «I test antigenici sono più tardivi, segnalano i positivi mediamente tra i 5 e i 7 giorni dall’inizio dei sintomi, mentre un molecolare, che ha una sensibilità tra l’80 e il 100%, li intercetta precocemente. Altra differenza – aggiunge Callegaro – è quella tra gli asintomatici e i sintomatici: la letteratura è concorde nell’affermare che anche gli asintomatici possono avere cariche elevate alte, ma mediamente la sensibilità dei test è più elevata nei pazienti sintomatici». Gli asintomatici, dunque, sfuggono di più.

«Prevalga la prudenza»

E che fare se invece una persona con i classici sintomi da Covid si sottopone al tampone ma risulta negativa? In inverno quei sintomi potrebbero essere dovuti magari a un’influenza e non al Covid, d’estate – senza l’influenza che circola – il dubbio si pone meno. «Dipende dal contesto – ragiona Callegaro -. In ambito clinico, se il sospetto diagnostico è elevato, cioè se per sintomatologia ed esposizione a persone positive si suppone come probabile l’infezione, si può sottoporre il paziente a un secondo test. Più in generale resta il principio di prudenza, a partire dall’utilizzo della mascherina».

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