I dati Caritas: «Il lavoro non salva più dalla povertà»
LO STUDIO. I 75 Centri d’ascolto del territorio hanno aiutato circa 2mila persone: il 72 per cento ha un reddito insufficiente per far fronte alle spese abitative e sanitarie. Don Roberto Trussardi: «Servono misure strutturali».
Lettura 3 min.Un tempo, il lavoro era un’assicurazione contro la povertà. Oggi, per molti, uno stipendio invece non basta: allora per sopravvivere – nemmeno per vivere dignitosamente – si è costretti chiedere aiuto. Accade persino in una terra operosa, qui dove la disoccupazione è più bassa d’Italia e il tessuto economico ha fibre resistenti.
La rete
Lo scorso anno la rete della Caritas bergamasca, attraverso i 75 Centri d’ascolto sul territorio della Diocesi, ha incontrato 1.938 persone, un trend in linea con gli anni precedenti, ma a colpire è l’«identikit»: al di là di chi è disoccupato, in cerca di primo lavoro o è inabile al lavoro, il 27,9% degli utenti ha invece un impiego e un altro 8,8% è pensionato (dunque ha tendenzialmente lavorato nella vita), ma il loro reddito è insufficiente alle necessità quotidiane.
Da un’altra prospettiva, il 16% di chi bussa a queste porte ha un diploma: un profilo qualificato, «spendibile», eppure non esente da inciampi. «La condizione occupazionale di chi chiede aiuto – ragiona Livia Brembilla, referente dell’Osservatorio delle povertà e delle risorse della Caritas diocesana – è indicativa e in linea con i dati nazionali: sempre più persone occupate chiedono aiuto ai centri di ascolto, poiché la loro occupazione non riesce a garantire le risorse adeguate a vivere dignitosamente. Nemmeno più la pensione, per una fetta sempre più ampia di individui, riesce a tenere dal riparo dalla povertà».
«A Bergamo il lavoro non manca, la disoccupazione è all’1,5%, ma esiste anche il lavoro povero: persone che cercano di stare in piedi con 600, 700, 800 euro al mese, ma non ce la fanno, perché con quelle cifre il costo della vita rischia di schiacciarti», conferma don Roberto Trussardi, direttore della Caritas diocesana.
Un mix di fattori
Sono tanti gli elementi che determinano questa fragilità, alcuni sono poco noti. «L’educazione finanziaria è un tema rilevante – prosegue don Trussardi –. Molte persone che vivono nell’indigenza o nella semipovertà dovrebbero essere accompagnate maggiormente nella gestione delle poche risorse che hanno. Se non si possiedono alcune competenze o la giusta parsimonia, le difficoltà si moltiplicano. Auspichiamo politiche governative di vicinanza a questo mondo e alla “zona grigia”: non è la social card o un bonus che fa la differenza. Sono segni di attenzione, sicuramente, ma le risposte devono avere carattere incisivo e strutturale». Senza contare poi un’altra realtà, quella della grave marginalità (non inclusa in questi dati): sono coloro che vivono la strada, gli ultimi fra gli ultimi. «È un dato di fatto, il fenomeno è visibile anche da noi – sospira il sacerdote –. Mediamente l’aumento delle richieste di intervento, anno su anno, viaggia ormai attorno al 20%».
Persone e numeri
La sensibilità della Caritas passa dall’ascolto, dalla presa in carico e dall’azione, affiancata però da un’analisi precisa del perimetro delle vulnerabilità, traducendo in cifre il vissuto dei cittadini intercettati. Dei 1.938 utenti dello scorso anno, il 62% era donna; più della metà, invece, ha nazionalità extra-Unione europea (Marocco, Senegal e Ucraina sono i Paesi più rappresentati), ma c’è comunque un 39,2% di italiani che cerca supporto, a indicare come il disagio non abbia confini. L’età media si attesta sui 50 anni, ma sale a 57 tra gli italiani. Tre persone su quattro sono inserite in una famiglia con una media di quattro componenti: più il nucleo è numeroso, più pare complicato far quadrare i conti. Altre volte, è l’«invisibile» lavoro di cura a innescare le ristrettezze: è il caso, segnala Brembilla, di quel «13,7% di donne censite come casalinghe che di fatto non lavorano per occuparsi dei figli o dei genitori anziani».
Il dossier nazionale presentato nelle scorse settimane conteneva una sintesi tagliente: «Sempre più poveri, sempre più a lungo». La fragilità, in altre parole, si cronicizza: non un casuale, ad esempio, che oggi ben il 16% degli individui incontrati nei centri d’ascolto abbia più di 65 anni.
Quando arrivano nei centri d’ascolto, queste persone raccontano la propria vita e descrivono i problemi che la punteggiano. «La maggior parte dei bisogni rilevati riguarda la povertà economica: il 72% delle persone ha un reddito insufficiente rispetto alle proprie esigenze e a quelle della sua famiglia, il 15% non ha nessun reddito, il 5% fatica a gestire il proprio reddito e il 4% è indebitato», approfondisce Brembilla.
I bisogni si sovrappongono, la casa è un riflesso concreto e urgente: nel 24% dei casi, chi si rivolge alla Caritas bergamasca si trova in una situazione di accoglienza provvisoria; un altro 22% segnala le condizioni precarie o insalubri del proprio alloggio, l’11% è alle prese con uno sfratto.
Ma c’è anche un 18% che un’abitazione non ce l’ha, oppure un 6% che non ha la residenza (qui s’innestano le complicazioni burocratiche, tipicamente più frequenti tra gli stranieri). «La casa, insieme al lavoro povero, è la criticità di maggiore evidenza – sottolinea don Trussardi –. Quando uno ha pochi mezzi, il pagamento del mutuo o soprattutto dell’affitto, unito poi alle bollette, diventa una spada di Damocle».
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