(Foto di Yuri Colleoni)
PASQUA. «Il compimento della nostra umanità nel disegno di Dio non è un atto di forza, ma un gesto di fiducia. Il bene non può venire dalla prevaricazione», ha detto monsignor Beschi.
Bergamo
Il corteo dei ministri e dei diaconi, guidato dal Vescovo Francesco Beschi, esce silenziosamente dalla sacrestia e raggiunge i gradini del presbiterio. Ci si prostra all’altare spoglio. Alla fine, il corteo farà il percorso inverso, sciogliendo l’assemblea così come l’aveva aperta.
Si sono così rinnovati ancora una volta, nel tardo pomeriggio del 3 aprile in Cattedrale, nel giorno di Venerdì Santo, i misteri della Celebrazione della Passione del Signore, resa ancor più solenne dai solisti della Cappella del Duomo, accompagnati dall’organo del Maestro Sergio Rovetta, e suddivisa nelle sue tre fasi fondamentali: la Liturgia della Parola, al cui cuore c’è il Vangelo di Giovanni, che è stato letto a tre voci da altrettanti diaconi distribuiti tra i due amboni e il leggio; l’adorazione della Croce, che è stata portata all’altare dal Vescovo a partire dalla Cappella della Santissima Eucaristia; e con la Santa Comunione, compiuta con le specie eucaristiche consacrate giovedì nella Messa in Coena Domini e portate anch’esse all’altare, nelle loro due pissidi, da un diacono avvolto nel velo omerale. Dal drammatico racconto dell’apostolo Giovanni, e ancor più dalla sua conclusione, dalle parole di Gesù «Ho sete», cui segue la somministrazione dell’aceto e quella frase, «È compiuto», dopo la quale, chinato il capo, «consegnò lo spirito», ha preso spunto il Vescovo per la sua breve omelia.
«La successione degli eventi è brevissima. L’aceto sulle labbra e poi la fine. Prima di morire Gesù dice: “Ho sete”. Una espressione che dice dell’umanità di Gesù ma anche della nostra umanità», ha cominciato. «La sete - ha proseguito il Vescovo - deve essere corrisposta, altrimenti si muore. E dice che nessuno può bastare a se stesso. Nessuno può salvarsi da solo. La vita si compie (“è compiuto”, dice Gesù) non quando siamo forti, ma quando non ci vergogniamo di chiedere e impariamo a ricevere».
«La salvezza non sta nell’autonomia, ma nel riconoscere il proprio bisogno e nel saperlo esprimere»
Certo, non è facile, soprattutto oggi: «Viviamo in un’epoca - ha proseguito infatti monsignor Beschi - che premia l’autosufficienza, l’efficienza, la prestazione. Il Vangelo ci mostra invece che la misura della nostra umanità non è data da quello che possiamo conquistare, ma piuttosto dalla capacità di lasciarci amare e aiutare. Sulla Croce, Gesù ci insegna che l’uomo non si realizza nel potere, ma piuttosto in una apertura fiduciosa all’altro, addirittura anche quando è ostile o nemico. La salvezza non sta nell’autonomia, ma nel riconoscere il proprio bisogno e nel saperlo esprimere. Gesù purifica non soltanto l’immagine di Dio da ogni idolatria, da ogni bestemmia che l’hanno sporcata, ma anche la nostra immagine di uomo, che si ritiene potente quando domina, che vuol vivere e vincere uccidendo, che si ritiene grande quando viene temuto. Il compimento della nostra umanità nel disegno di Dio non è un atto di forza, ma piuttosto un gesto di fiducia. Il bene non può venire dalla prevaricazione». Monsignor Beschi ha poi concluso così: «”Ho sete’” Nella fraternità, nella vita semplice, nell’atto di domandare senza vergogna e di offrire senza calcolo, si nasconde una gioia che la mentalità del mondo non conosce. La gioia che ci restituisce alla verità della nostra condizione umana. Noi siamo fatti per ricevere e per donare la vita».
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