L’inflazione galoppa e «mangia» gli stipendi: in 10 anni perso il 7,5%
IL CAROVITA. A settembre +4,1%, mai così alta da tre anni. Trainano bollette e carburanti. Cala il potere d’acquisto: dal 2015 buste paga su dell’11,6%, i prezzi del 19,1%.
Lettura 2 min.Sempre più in alto. Come in una celebre pubblicità d’antan, l’inflazione segue questa traiettoria da escalation: a settembre, secondo i nuovi dati provinciali elaborati dall’Istat, in Bergamasca la variazione dei prezzi su base annua ha raggiunto il +4,1%, con una decisa accelerazione rispetto ad agosto, quando il differenziale annuale era al +3,2%. Per trovare valori più elevati occorre tornare al +5% di settembre 2023, tre anni fa.
Il salasso maggiore è giocoforza quello della macrocategoria «elettricità, gas e altri combustibili» (+19,4%), seguita dall’«utilizzazione di mezzi personali di trasporto» (le spese per l’auto a partire dal carburante, al +14,3%) e dai «servizi culturali» (il tempo libero, +7,3%).
A tradurre in concreto questa fotografia è poi l’Unione nazionale consumatori, secondo cui la famiglia-tipo bergamasca si trova a fronteggiare, per via di un’inflazione del genere, extracosti pari a 1.229 euro annui: è il 12° impatto più elevato tra le province italiane e il secondo in Lombardia, alla pari con Pavia e alle spalle di Como (+1.319 euro).
Stipendi vs inflazione
Ma la spirale dei rincari non è certo iniziata con la guerra in Iran di fine febbraio. Ha radici più profonde, il detonatore principale è stato rappresentato dall’invasione russa in Ucraina del 2022, e al contempo lo scenario è acuito da stipendi che non tengono il passo. A rimarcare nuovamente la forbice è l’analisi dell’Osservatorio Jobpricing: tra il 2015 e il 2025 in Bergamasca la retribuzione globale annua di un lavoratore dipendente del privato è aumentata dell’11,6%, ma nello stesso arco temporale l’inflazione cumulata s’è attestata al 19,1%. C’è un delta di 7,5 punti percentuali a «favore» dell’inflazione, una rincorsa che ha vanificato ogni incremento salariale. E così, considerando che nel 2025 la retribuzione complessiva (calcolata su un campione di addetti stabili, includendo anche la parte variabile della busta paga) in Bergamasca era di 33.596 euro lordi, di fatto nell’ultimo decennio si sono persi circa 2.200-2.300 euro di potere d’acquisto. Grossomodo, è come una mensilità in meno. Anche di più, per molti.
Richieste e proposte dei sindacati
Il posto fisso non mette al riparto dalla vulnerabilità socioeconomica: «Gli ultimi dati dell’Istat sulla povertà assoluta – ricorda Marco Toscano, segretario generale della Cgil Bergamo – raccontano di 5,4 milioni di persone in povertà assoluta in Italia, e in molti casi si tratta di persone che stanno lavorando: l’incidenza è del 14,3% nelle famiglie dove la persona di riferimento è un operaio, negli under 35 siamo al 12%. Il tema dei salari è centrale». «Dove i rinnovi contrattuali ci sono stati – ragiona Francesco Corna, segretario generale della Cisl orobica –, il potere d’acquisto è stato recuperato. Ma ci sono settori nei quali c’è poca forza contrattuale oppure il lavoro è polverizzato, e incide la bassa produttività: la situazione è complessa». «Il carovita è sempre più forte – concorda anche Pasquale Papaianni, coordinatore territoriale della Uil Bergamo –, e non si affronta con bonus elettorali, ma con misure strutturali».
È questo, in sostanza, che i sindacati chiedono. Specie in questo periodo di messa a punto della legge di bilancio. «Occorre redistribuire gli incassi della produttività delle aziende – sottolinea Corna –, e al tempo stesso definire una tassazione che deve penalizzare meno il lavoro rispetto alle rendite: si deve agire dal punto di vista fiscale anche per incentivare la produttività. Per i pensionati, invece, sosteniamo una piena rivalutazione degli assegni: chi ha pagato i contributi non può vedere assottigliarsi gli importi anno dopo anno».
Il nodo contrattuale
Toscano parte dal nodo contrattuale: «Occorrono meccanismi che tutelino i salari dall’inflazione, e ribadiamo la necessità di una legge sulla rappresentanza che contrasti i contratti pirata (quelli sottoscritti da organizzazioni datoriali e sindacali poco rappresentative, ndr) e il dumping contrattuale (la concorrenza sleale determinata dall’applicazione di accordi al ribasso, ndr). Andrebbe rivista l’impostazione fiscale, secondo una tassazione più uniforme dei redditi: oggi, a parità di importi lordi, agiscono prelievi diversi a seconda della tipologia del contribuente». «L’auspicio – prosegue Papaianni – è che la manovra tenga conto di quel che sta accadendo a lavoratori e famiglie. Un punto fondamentale è l’estensione della detassazione degli aumenti contrattuali anche per il pubblico impiego. Anche gli enti locali debbono fare la propria parte, rimodulando le addizionali regionali e comunali sull’Irpef secondo il principio della proporzionalità, e non applicando una aliquota uniforme senza distinzione tra i redditi».
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