Ospedale di Bergamo, in 10 anni oltre 1.600 trapianti: «Fiducia nel dono»
IL RECORD. Fabiano Di Marco è il direttore del Dipartimento funzionale Insufficienza d’organo dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. «Riferimento nazionale per pazienti adulti e pediatrici».
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Lo «straordinario» ha ormai una cadenza ordinaria, quasi quotidiana. Negli ultimi dieci anni, dal 2016 al 2025, il «Papa Giovanni» ha realizzato 1.633 trapianti di organo solido, toccando il picco nel triennio 2023-2024-2025. Da fine marzo, Fabiano Di Marco è direttore del Dipartimento funzionale Insufficienza d’organo e Trapianti, nato per mettere a sistema tutte le unità coinvolte a vario titolo in queste attività. «La nostra struttura ha un’esperienza lunga decenni e trasversale alle diverse specialità – ricorda Di Marco, che mantiene anche la direzione della Pneumologia -. Ci distinguiamo come riferimento nazionale per la possibilità di praticare tutti i tipi di trapianto sia nell’adulto sia nel paziente pediatrico, compresi i trapianti combinati (più organi insieme, ndr)».
«La nostra struttura ha un’esperienza lunga decenni e trasversale alle diverse specialità – ricorda Di Marco, che mantiene anche la direzione della Pneumologia -. Ci distinguiamo come riferimento nazionale per la possibilità di praticare tutti i tipi di trapianto sia nell’adulto sia nel paziente pediatrico»
Nel tempo, il «bisogno» d’organi s’è evoluto. «A livello nazionale – spiega Di Marco -, l’organo
con più interventi è il rene, seguito da fegato, cuore e polmone; nel 2025, ad esempio, in Italia sono stati eseguiti più di 2.300 trapianti di rene, quasi 1.800 di fegato, 460 di cuore e 155 di polmone. Qui a Bergamo prevale il fegato, grazie a un centro di epatologia particolarmente attrattivo; nel polmone, invece, siamo gli unici in Italia a eseguire il trapianto anche a livello pediatrico». Lo conferma anche il resoconto sullo scorso anno: il «Papa Giovanni» ha portato a termine 102 trapianti di fegato, 39 di rene, 30 di cuore, 11 di polmone, uno di pancreas e uno di intestino.
Elevata specializzazione clinica
Parlare di trapianti vuol dire mettere al centro un’elevata specializzazione clinica, ma anche toccare un ambito emotivo delicatissimo, perché ogni operazione è l’incontro tra una vita che si spegne – quella del donatore, al di là dei più rari casi di donazione da vivente – e una vita che può continuare. «Gli aspetti emotivi sono importantissimi – rimarca il medico -, ed è giusto che i cittadini abbiano fiducia sul fatto che gli organi donati vengano utilizzati al meglio per pazienti che hanno un’estrema necessità». Per questo, l’appello è ogni giorno più forte: «Donare. Il nostro ringraziamento va sempre a chi decide di donare e ai familiari dei donatori».
Per questo, l’appello è ogni giorno più forte: «Donare. Il nostro ringraziamento va sempre a chi decide di donare e ai familiari dei donatori».
Ma cosa succede, dopo l’intervento? L’esperienza sempre più affinata, tanto clinica quanto farmacologica, restituisce oggi una qualità di vita sempre migliore. «L’unica grande differenza di un trapiantato rispetto a soggetti sani o con patologie meno gravi è la necessità di un follow-up clinico-strumentale molto stretto – approfondisce il primario –. Non possiamo nasconderlo ai nostri pazienti: dopo il trapianto è necessaria un’attenzione fatta di visite, esami, vaccinazioni, regole di igiene».
La prospettiva di vita mutata
Ma, nonostante questo, «una persona trapiantata può arrivare a fare attività del tutto simili a quelle dei coetanei che non abbiano insufficienza d’organo – prosegue Di Marco -. La prospettiva di vita è diversa da organo a organo, ma di fronte a certe patologie il trapianto è l’unico atto medico che consente di tornare a una qualità di vita normale, fatta salva la necessità di vedere con frequenza i sanitari per i controlli».
Il sistema sanitario, in Italia come altrove, fa però i conti con una forbice tra «domanda» e «offerta»: oggi nel nostro Paese sono circa ottomila le persone in lista d’attesa. «Abbiamo una sproporzione tra i pazienti con insufficienza d’organo e gli organi disponibili – riconosce Di Marco -. Sono stati fatti dei passi in avanti, ad esempio il trapianto da vivente è percorribile per il rene e a volte anche per il fegato; e seppur molto raro, nel 2023 siamo stati il secondo centro in Europa in grado di eseguire un trapianto da polmone da vivente». Un’altra strada è il «ricondizionamento» dei tessuti, attraverso metodiche che migliorano e rendono idoneo al trapianto anche un organo che inizialmente non lo era. La frontiera futura è quella dello xenotrapianto, ovvero l’innesto di organi di origine animale, in particolare suini, con Dna modificato affinché l’organismo umano non rigetti le cellule. «Siamo ancora lontani dalla realtà – riflette Di Marco -. Nel mondo, i primi interventi hanno avuto una sopravvivenza solo di qualche giorno per il cuore o qualche mese per il rene. Sembra un dato sconfortante, ma può anche essere visto in maniera ottimistica: nel primo trapianto di cuore da uomo a uomo, realizzato da Barnard nel 1967, il paziente visse solo 18 giorni. Potremmo trovarci in una situazione simile».
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