Da Valtesse il viaggio di Pirola da JP Morgan al Lussemburgo

LA STORIA. Mario Pirola, gli studi al Collegio Sant’Alessandro. I primi passi nella banca d’affari americana. Oggi Chief Executive Officer per Bank Pictet & Cie.

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Mario Pirola, bergamasco di 57 anni, ha scalato i vertici della finanza mondiale, partendo da Città Alta per arrivare a Wall Street e in Lussemburgo (dove vive e lavora da 23 anni), senza mai smarrire quell’umiltà profonda, quasi antica, che lo porta a raccontare la sua scalata vertiginosa con lo stesso tono pacato che userebbe con un amico commentando una partita della sua amata Atalanta. Tutto ha inizio tra i banchi del Collegio Sant’Alessandro, dove Mario trascorre gli anni della formazione, dalla quinta elementare fino alla maturità scientifica, respirando un’aria di rigore e curiosità che lo porterà lontano. Figlio di una Bergamo che ha le radici ben piantate tra Valtesse e il quartiere San Giorgio in centro, Mario sceglie l’Università Cattolica di Milano per laurearsi in Economia e Commercio nel 1993. Ma è subito dopo la laurea che emerge quella sua capacità di non cercare mai la via più facile.

«Mi laureai a 24 anni e decisi di tentare subito un’esperienza internazionale. Partii per il nord della Francia, per lavorare in una piccola società tessile occupandomi di controllo di gestione. Non parlavo una parola di francese, lo imparai da zero in un posto sperduto, vivendo 18 mesi che mi hanno letteralmente forgiato. È stata la mia prima vera palestra». Quella solitudine operosa, lontano dai confini rassicuranti delle mura venete, è il preludio al primo grande salto. Al rientro in Italia, Mario partecipa a un concorso per entrare in JP Morgan a Milano: sono in 400 candidati per soli 4 posti. Lui entra subito, quasi come chi sa di aver trovato il proprio posto nel mondo. Il legame con la banca d’affari americana lo proietta in una dimensione globale, portandolo a vivere a New York, da giugno 1995, scelto dalla JP Morgan per un training program a Wall Street, entrando nel tempio della finanza americana.

«Dormivo con scarpe e cravatta»

«Sono stati 18 mesi folli, a ritmi altissimi, con i migliori professori e studenti del settore. Studiavo e lavoravo. A volte mi capitava di svegliarmi la mattina con ancora le scarpe e la cravatta addosso. Ma mi ha formato tanto» ammette. Poi Mario resta ancora a New York fino al ’98. «Restai sempre per JP Morgan. All’inizio mi diedero dei sussidi per affittare un appartamento per rimanere: io spesi meno di quella cifra e tornai per restituire i soldi “avanzati”. Quasi non ci credevano. Mi dissero che New York probabilmente non era pronta per una persona come me. Ma per me fu un gesto normale. Perché avrei dovuto tenerli?». Mario descrive l’episodio, come ogni episodio della sua vita, con una semplicità disarmante, la stessa che usa per parlare della sua fede nerazzurra. Per Mario, infatti, il destino non si manifesta solo nei consigli di amministrazione, ma anche sugli spalti.

Tifoso dell’Atalanta da sempre

«Sono tifoso da quando avevo 8 anni, sono stato a Malines nell’88, a Leverkusen durante il Covid e più recentemente a Roma per la finale di Coppa Italia del 2024 persa contro la Juventus, una delusione fortissima. Ma dentro di me sentivo che non potevo mancare all’appuntamento di Dublino per la finale di Europa League. Dovevo esserci. Trovai i biglietti all’ultimo minuto. E lì, in Irlanda, ho visto l’Atalanta compiere un miracolo sportivo che porterò sempre nel cuore. Una passione trasmessa ai figli». È questo dualismo a rendere Mario Pirola un personaggio eccezionale: la capacità di vivere responsabilità immense con la leggerezza di un ragazzo, e di gestire la quotidianità di un Ceo con il pragmatismo di chi sa che ogni dettaglio conta. Nel 1998 si sposta a Londra, dove conosce Anne, ragazza francese che ha poi sposato nel 2002 al Santuario in Borgo Santa Caterina, a Bergamo, e con cui ha due figli: Alessandro, nato nel 2005, e Andrea, classe 2009.

Il trasferimento in Lussemburgo

Da novembre 2002 si sposta con la famiglia in Lussemburgo e dal giugno 2023 è Chief Executive Officer di Bank Pictet & Cie (Europe) per la sede del Lussemburgo, Paese di cui è diventato ufficialmente cittadino sempre nel 2023. «Essere un manager oggi significa avere una visione a trecentosessanta gradi», racconta descrivendo la sua giornata tipo. «La mattina mi occupo di bilanci, risultati economici, prodotti finanziari complessi e interazioni con le autorità di sorveglianza, le ambasciate e i rappresentanti del governo. Poi, nel pomeriggio, cambio pelle e vado nelle università, cercando di trasmettere ai ragazzi quello che la vita ha insegnato a me. Ma la mia giornata non finisce lì: può capitare che io debba occuparmi di logistica come la riparazione di un tetto che perde o della sostituzione di un guardiano, di risorse umane o della gestione del ristorante interno. Tutto merita la stessa attenzione, dall’ultimo euro di gestione patrimoniale alla vite mancante in portineria. Questo senso del dovere, dell’etica e del rigoroso rispetto dei ruoli è qualcosa che porto con me da Bergamo».

Nel suo ufficio in Lussemburgo, appeso alla parete, c’è il profilo di Città Alta. È il suo orizzonte costante, il promemoria di un’identità che non si è mai annacquata. Mario gestisce ottocento persone, decide strategie che influenzano mercati internazionali, eppure parla dei suoi genitori (Egidio e Giulia) e della sorella (Chiara), di sua madre che si preoccupa della sua stanchezza, con una dolcezza naturale. «Mia mamma mi chiede spesso come faccio a dormire la notte con tutte queste responsabilità. Io le dico che penso al Padre Eterno, che mi affido ai valori che mi sono stati insegnati e che sento di essermi meritato ogni passo grazie alle mie capacità, alla correttezza e al rispetto di tutti. Per me l’etica è fondamentale, sia nel lavoro che nella vita privata».

I ricordi delle Torri Gemelle

Mario non sfoggia le sue gesta (eppure, tra le altre, ha stretto la mano a Mattarella e ha visto da vicino Papa Francesco), quasi volesse proteggerle dal rumore del mondo, preferendo lasciare che siano i fatti a parlare per lui. E’ rimasto il ragazzo del Sant’Alessandro che guardava il mondo con curiosità, trasformando ogni opportunità in un appuntamento con la storia. E che la storia l’ha anche, ma solo – per fortuna –, sfiorata. «Il 9 settembre 2001 cenavo in un ristorante delle Torri Gemelle, a New York con Anne. Le avevo organizzato quel viaggio sorpresa per fidanzarci. Quella sera le dissi avevo una sensazione strana, che volevo rientrare a Londra, dove vivevamo. Non anticipammo il rientro ma il nostro volo partì il 10 settembre e quando atterrammo a Londra, l’11, vedemmo come tutti cosa era successo». La sua umiltà non è una posa, ma la conseguenza naturale di chi ha capito che il vero successo non sta nel potere accumulato, ma nella capacità di restare sé stessi mentre si governa il cambiamento. Gestire rischi, persone e capitali richiede una fermezza che lui attinge dalle sue radici, da quella serietà bergamasca che non ammette scorciatoie. È un equilibrio raro tra l’ambizione più pura e la semplicità più autentica. Mentre parla, si ha la sensazione che per lui non esistano gerarchie nel valore delle azioni: essere un bravo Ceo ha la stessa importanza di essere un bravo marito e un papà presente, ma anche un figlio riconoscente.

Bergamo senza confini

Essere più vicini ai bergamaschi che vivono all’estero e raccogliere le loro esperienze in giro per il mondo: è per questo che è nato il progetto «Bergamo senza confini» promosso da «L’Eco di Bergamo» in collaborazione con la Fondazione della comunità bergamasca onlus. Per chi lo desidera è possibile ricevere gratuitamente per un anno l’edizione digitale del giornale e raccontare la propria storia. Per aderire scrivete a: [email protected].

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