Frigeni, il bergamasco che ha portato in scena i sogni di Bob Wilson
LA STORIA. Giuseppe Frigeni, originario di Ponte San Pietro, ha lasciato la banca per l’arte. Ha lavorato al fianco del grande regista americano sui palcoscenici internazionali. Vive a Parigi: «Il teatro è uno degli ultimi luoghi dove possiamo restare umani».
Lettura 4 min.Parigi
Dalla Banca Popolare di Bergamo ai palcoscenici internazionali, al fianco di uno dei grandi innovatori del teatro contemporaneo. È la storia di Giuseppe Frigeni, classe 1960, originario di Ponte San Pietro, che ha lasciato un impiego sicuro per inseguire la passione per il teatro. Una scelta che lo ha portato a Parigi e poi a diventare il braccio destro di Bob Wilson, il celebre regista statunitense scomparso nel 2025, al quale la Biennale Teatro di Venezia dedica quest’anno una mostra.
«Ossessionato dal teatro»
«Sono originario di Ponte San Pietro, ho fatto gli studi lì e poi mi sono iscritto a Lingue e Letterature straniere all’Università di Bergamo», racconta Giuseppe Frigeni. «In quel periodo universitario la mia vita era una sorta di paradosso vivente. Di giorno lavoravo in banca, tra numeri e scadenze, ma la mia vera pelle era un’altra. Ero ossessionato dal teatro, dalla danza, dalle arti visive e dalla musica. Per quattro anni, dal 1979 al 1982, uscivo dallo sportello e correvo al Cut, il Centro universitario teatrale. Lavoravamo dalle otto di sera alle due del mattino. Era un tempo di un’intensità pazzesca, eravamo giovani e sentivamo che l’arte era l’unico modo per dare un senso a tutto quel grigio che ci circondava».
Lo stage con Dominique Dupuy
Il teatro, per Frigeni, non è mai stato un divertimento, ma una disciplina ferrea. È qui che avviene l’incontro che funge da detonatore. Durante un atelier di danza contemporanea a Bergamo, viene notato dal coreografo José Montalvo. Non è solo un complimento, è una chiamata. Qualche mese dopo, uno stage con Dominique Dupuy, pioniere della danza francese, trasforma l’entusiasmo in una certezza granitica. «Ebbi una rivelazione», ricorda Frigeni. «Sentii che quella era la mia espressione artistica, l’unica possibile. Non potevo più tornare indietro. Nell’estate dell’82 ho preso la decisione più folle e più lucida della mia vita: mi sono licenziato. Sono partito per Fontainebleau, vicino a Arles, per seguire dei corsi approfonditi. Dovevo restare solo due settimane. Sono passati quarantadue anni e Parigi è ancora il mio centro di gravità».
L’arrivo a Parigi
Arrivare a Parigi nell’82 significava entrare in un frullatore di avanguardie. Ma il successo non è un tappeto rosso steso per magia. È, piuttosto, un lungo corridoio buio da percorrere a tentoni. I primi anni di Giuseppe nella Ville Lumière sono fatti anche di lavori umili, e molte ore passate alla scuola Ridc dei Dupuy a studiare la danza, o praticare in piccole compagnie, mentre fuori il mondo correva. Frigeni è uno che capisce la macchina teatrale dal di dentro, che sa come una luce può cambiare il significato di un gesto. La sua ascesa è costante, silenziosa, fino all’incontro con Bob Wilson. Diventare l’assistente poi il collaboratore privilegiato di Wilson non è un lavoro, è un’iniziazione. Significa imparare che il tempo a teatro non è quello dell’orologio, ma quello dell’anima. «Lavorare con Bob significa entrare in un mondo di precisione millimetrica», spiega Giuseppe. «Ho curato decine di allestimenti in tutto il mondo, dall’Opéra di Parigi alla Scala di Milano. Il mio compito era tradurre le sue visioni, spesso astratte e metafisiche, nella realtà concreta del palcoscenico e di renderle accessibili agli interpreti. Ho viaggiato ovunque, portando l’opera e la danza nei templi della cultura mondiale, collaborando con altri artisti e registi (tra i quali Patrice Chéreau), e soprattutto creando le mie proprie produzioni operistiche».
«Nel 2020 ho firmato la ripresa di una mia regia (la Turandot di Puccini creata per il Teatro di Modena nel 2003) per l’inaugurazione di Parma Capitale della Cultura. C’era il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella in platea. Era un ritorno trionfale in Italia, a pochi chilometri da casa, appena prima che il mondo si fermasse per la pandemia. In quel momento ho sentito che il cerchio si chiudeva: il giovane di Ponte San Pietro era diventato il regista che parlava alle massime istituzioni attraverso la bellezza». Ma la bellezza, per Frigeni, è una materia fragile, che oggi vede minacciata. Il suo sguardo sulla contemporaneità non è quello di chi si accontenta dei traguardi raggiunti, ma quello di un osservatore che vede le crepe nel sistema culturale.
L’impoverimento culturale
C’è una vena di malinconia, solida e reale, nel modo in cui descrive il presente, come se il mondo avesse perso il gusto della ricerca lenta per accontentarsi del bagliore istantaneo di uno schermo. «Mi preoccupa la pauperizzazione culturale generale che stiamo vivendo», confessa con amarezza. «Ho vissuto anni di sviluppo artistico incredibile, la ricerca degli anni Ottanta era un vulcano. Oggi trovo che siamo in una fase regressiva. Il pubblico è cambiato, i giovani hanno altre scelte e molte intuizioni delle avanguardie sono state messe da parte. C’è un impoverimento che predilige il “tutto e subito”, lontano anni luce dal mio pensiero. Manca la curiosità nella ricerca estetica, si punta a spettacoli gratuiti, di superficie. C’è una povertà di intenzioni che fa male alla qualità generale».
«Avrei voluto vivere tra il 1870 e il 1918, durante la Belle Époque. Era un’epoca di grandi scoperte, di sogni immensi, di una fiducia nel futuro che oggi abbiamo smarrito. Erano gli anni in cui si costruiva il moderno, in cui ogni gesto artistico sembrava poter cambiare il corso della storia». Invece, Giuseppe vive nel presente, in una Parigi che sente profondamente cambiata rispetto a quella che lo accolse nell’82, una città che riflette gli sconvolgimenti di un’epoca difficile, dove le radici diventano un’ancora necessaria. Nonostante la distanza, il legame con Bergamo resta una fibra tesa, un filo che non si spezza. Sua sorella Marina, danzatrice di formazione, è stata la sua collaboratrice più stretta, rimontando alcuni dei suoi spettacoli, e anche quelli creati in comune con Wilson, portando la familiarità orobica nei meccanismi complessi delle grandi produzioni internazionali.
Quel filo tra Francia e Italia
«Ho ancora la nazionalità italiana», dice con orgoglio. «Sul futuro non so cosa accadrà, se rientrerò mai definitivamente. La Francia mi ha dato tutto, ma l’Italia è dove tutto è iniziato. Oggi viviamo tempi sconvolti e il teatro è forse uno degli ultimi luoghi dove possiamo cercare di restare umani, di resistere a questo impoverimento generale».
Bergamo senza confini
Essere più vicini ai bergamaschi che vivono all’estero e raccogliere le loro esperienze in giro per il mondo: è per questo che è nato il progetto «Bergamo senza confini» promosso da «L’Eco di Bergamo» in collaborazione con la Fondazione della comunità bergamasca onlus. Per chi lo desidera è possibile ricevere gratuitamente per un anno l’edizione digitale del giornale e raccontare la propria storia. Per aderire scrivete a: [email protected].
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