Valentina, in Nuova Zelanda vita da rocciatrice: «Ora ho una ditta specializzata»
LA STORIA. Da Colere alla città di Christchurch. A 32 anni ha un’impresa con il marito Mattia Belingheri: si occupano di lavori in fune e consolidamento versanti.
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Da Colere, nel cuore della Val di Scalve, a 20mila chilometri di distanza, in Nuova Zelanda. «Se mi avessero detto dieci anni fa che oggi avrei vissuto dall’altra parte del mondo, probabilmente non ci avrei creduto». Esordisce così Valentina Piantoni, colerese di 32 anni, oggi residente a Christchurch , città neozelandese di 400mila abitanti, ad ovest della nazione. Lì, insieme al marito Mattia Belingheri (anche lui bergamasco, ndr), ha aperto un’azienda e si occupano di perforazioni e lavori in fune.
Gli studi da ragioniera
«Ho studiato come ragioniera – prosegue –, ma la verità è che non ho mai avuto le idee chiarissime su cosa volessi fare “da grande”. Quella della ragioneria mi sembrava semplicemente una buona scelta, una di quelle che aprono più porte. In realtà, in una vita passata chiusa in ufficio non mi ci sono mai vista. Oggi che ho un’azienda: una parte di quel lavoro d’ufficio mi tocca per forza farlo ahimè, ma se dovessi seguire solo quello, tra i miei ritmi e passioni, credo che impazzirei nel giro di una settimana».
Tra rifugi e sciate a Colere
«Prima di partire, lavoravo nei rifugi sopra il mio paese e facevo qualche lavoretto qua e là per tenermi occupata – racconta –. Ero giovane, non pensavo troppo al futuro e preferivo godermi il presente, tra una sciata e un’intera stagione passata in alta quota al rifugio Albani. Tra i miei monti trovavo la pace. Per scattare, però, adoravo viaggiare. Anche se le finanze erano sempre limitate, non perdevo l’occasione per un fine settimana a Londra o qualche giorno a Budapest e Varsavia. La voglia di vedere il mondo c’era sempre. Fin da piccola, guardando un globo fatto a puzzle, lo tenevo girato verso l’Australia e dicevo “un giorno andrò lì”. Così, a caso, senza un vero perché».
Il volo per la Nuova Zelanda
E infatti la 32enne ci è andata quasi vicina, volando verso la Nuova Zelanda. «La mia decisione di partire è stata decisamente mossa da un ragazzo. Al tempo lui aveva deciso di spostarsi lì per lavoro – confessa –, e oggi quel “famoso giovanotto” è mio marito, il mio compagno inseparabile con cui vivo e lavoro sette giorni su sette, ventiquattro ore al giorno. Aveva scelto la Nuova Zelanda tra Canada e Australia per le opportunità, il clima e la facilità nel reperire il visto».
«Alla mia famiglia e agli amici dissi che sarei andata a provare, che “non si sa mai”, d’altronde stavamo parlando di un posto a 20mila chilometri dall’Italia – ricorda Valentina –. Qualche dubbio era anche legittimo, eppure, dentro di me, qualcosa mi diceva che non sarebbe stato solo un breve periodo. Partii senza troppe aspettative, forse con l’ingenuità dei vent’anni, ma con una gran voglia di cambiare. Per quanto abbia sempre amato la mia valle, a volte mi stava un po’ stretta».
Il lavoro come rocciatrice
«Oggi sono in Nuova Zelanda da quasi nove anni, e lo scorso novembre io e mio marito abbiamo ottenuto la cittadinanza – spiega –: una cerimonia emozionante che ci ha dato un passaporto in più. Vivo a Christchurch, una città di 400mila abitanti che però sembra un paesino: è larghissima, tutti hanno un bel giardino, non c’è traffico e in centro trovi parcheggio ovunque. È un posto tranquillo, dove dopo le dieci di sera è difficile trovare qualcosa di aperto e molte cose funzionano ancora con il passaparola e le conoscenze. Qui faccio la rocciatrice da quasi nove anni. Lavoro in corda e installo reti paramassi, utilizzando perforatrici pneumatiche in parete per consolidare i versanti rocciosi. Tre anni fa, io e mio marito siamo riusciti a realizzare il nostro sogno: aprire la nostra azienda. Ci occupiamo ancora di perforazioni e lavori in fune, ma lo facciamo con il “nostro” ragno escavatore, acquistato presso un’azienda bresciana».
Meno burocrazia , paghe adeguate
Tante le differenze con casa. «In Nuova Zelanda molte cose sono diverse, a partire dal mondo del lavoro: qui vieni trattato con più rispetto, le paghe sono adeguate e si adeguano all’inflazione, e la burocrazia è una passeggiata. Certo, a livello umano le persone tendono a essere più riservate e chiuse quando cerchi di stringere un’amicizia profonda, aspetto molto diverso dalla tipica ospitalità italiana. I ragazzi qui a diciotto anni se ne vanno di casa, sono meno attaccati alla famiglia e vivono questo distacco con molta serenità. E poi, non bevono il caffè dopo cena, una cosa che mi fa impazzire! Ordinano un cappuccino con il primo o con il secondo – che poi per loro non esistono, hanno solo un piatto principale».
Il matrimonio bergamasco
«Fortunatamente sono sposata con un bergamasco: avere le stesse origini, la stessa cultura e idee ci aiuta ad accettare queste differenze in modo positivo. Cosa mi manca dell’Italia? Più di tutto, ovviamente, poterci essere per la mia famiglia. Mi manca aiutare mio papà con la legna e con l’orto, uscire a pranzo con mia mamma un giorno a caso della settimana, vedere mia sorella e mio nonno regolarmente. Mi piacerebbe essere una zia presente per i miei nipotini. E poi la pizza! Mi manca tutto il cibo e la facilità con cui in Italia trovi una trattoria qualunque dove mangiare cose fantastiche. Adoro cucinare, ma la cucina di casa mi manca eccome».
La mentalità orobica del lavoro
«Da bergamasca, poi, c’è una cosa culturale che mi manca: l’idea che “il lavoro nobilita l’uomo”. Qui lavorano e non si tirano certo indietro, ma la motivazione principale per la maggior parte delle persone resta lo stipendio o la posizione sociale. Essendo cresciuta con questa mentalità sento di avere una marcia in più sul lavoro, sono fiera delle mie origini e questa concretezza e dedizione qui viene apprezzata, anche se a volte faticano a capire cosa ci motivi davvero. Tornare in Italia non è nei nostri piani al momento, se non per una breve vacanza». «Se posso lasciare un pensiero ai ragazzi che hanno voglia di cambiamento, dico solo – conclude la colerese –: lanciatevi».
«Fate un’esperienza all’estero»
«Fate un’esperienza all’estero, imparate una nuova lingua, apritevi a nuove idee. Che sia solo per un anno o per tutta la vita, vi insegnerà lezioni preziose, arricchirà il vostro bagaglio e spingerà più in là i limiti di ciò che credete possibile. In ogni caso, non ve ne pentirete. E a chiunque altro creda ancora in un sogno, dico che stravolgere la propria vita non è facile, ma ne vale assolutamente la pena».
Bergamo Senza Confini
Essere più vicini ai bergamaschi che vivono all’estero e raccogliere le loro esperienze in giro per il mondo: è per questo che è nato il progetto «Bergamo senza confini» promosso da «L’Eco di Bergamo» in collaborazione con la Fondazione della comunità bergamasca onlus. Per chi lo desidera è possibile ricevere gratuitamente per un anno l’edizione digitale del giornale e raccontare la propria storia. Per aderire scrivete a: [email protected].
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