A Bozzetto il David di Donatello. «L’animazione non è più il parente povero del cinema»
IL PREMIO. Parola di Bruno Bozzetto, rinomato autore e regista, nonché papà del mitico Signor Rossi. Il 6 maggio riceverà il David di Donatello e il 16 sarà ospite di Bergamo Animation Days. «Il premio rappresenta la speranza che l’animazione venga finalmente riconosciuta come cinema a tutti gli effetti».
Bergamo
Da «Tapum! Storia delle armi» del ‘58 a «Rossi Boomer» del 2025, le opere di Bruno Bozzetto hanno usato l’animazione per parlare dell’italiano medio - impossibile anche a distanza di anni non empatizzare con il signor Rossi e le sue disavventure - e del mondo che lo circonda.Un dialogo animato che negli anni ha fatto di Bozzetto una figura di riferimento per l’animazione nel mondo. Un talento speciale che sarà riconosciuto i 6 maggio alla 71esima cerimonia di premiazione dei David di Donatello: Bozzetto riceverà un David come «riconoscimento a un artigiano del disegno che ha saputo rendere l’animazione un linguaggio universale e colto, raggiungendo con il suo lavoro i vertici di Hollywood e del Festival di Berlino» secondo quanto dichiarato il sottosegretario alla cultura Lucia Borgonzoni. Il 16 maggio invece, durante i Bergamo Animation Days, il «papà» del signor Rossi sarà protagonista insieme al comico Pasquale Petrolo, in arte Lillo del talk «Fammi ridere» moderato da Valentina Mazzola. Di questi e altri argomenti abbiamo discusso con Bruno Bozzetto.
Il 6 maggio verrà premiato con il David di Donatello: che valore ha per lei questo riconoscimento?
«Mi fa molto piacere. Ho ricevuto parecchi premi, ma questo è particolare: a differenza di molti riconoscimenti legati al mondo dell’animazione, questo appartiene al cinema. ed è proprio questo che mi interessa di più. L’animazione è sempre stata considerata il parente povero del cinema, ma credo che bisognerebbe iniziare a cambiare prospettiva. Il termine “cinema d’animazione” è sbagliato: il nostro è cinema, punto. Questa etichetta crea un ghetto. Quando si parla di animazione, la gente pensa subito a film per bambini, ma non è così. Certo, esistono anche quelli, e sono felice di averne realizzati, ma oggi si producono molti film destinati anche agli adulti. In Italia questa mentalità è dura a morire. Per questo il premio rappresenta una speranza, ovvero che l’animazione venga finalmente riconosciuta come cinema a tutti gli effetti».
«Ho ricevuto parecchi premi, ma questo è particolare: a differenza di molti riconoscimenti legati al mondo dell’animazione, questo appartiene al cinema. ed è proprio questo che mi interessa di più. L’animazione è sempre stata considerata il parente povero del cinema, ma credo che bisognerebbe iniziare a cambiare prospettiva»
Secondo lei qualcosa si sta effettivamente muovendo in questa direzione?
«Sì, qualcosa si sta muovendo. È un processo simile a quello delle graphic novel. Un tempo i fumetti erano relegati alle pagine per bambini dei quotidiani; oggi esistono opere di altissimo livello, vere e proprie forme d’arte. Lo stesso sta accadendo nel cinema. Prendiamo Toy Story: è un capolavoro ma, pensandoci, la storia è profondamente adulta. Racconta la paura dell’abbandono, un tema universale e anche drammatico. Non è una storia “per bambini”. E come questo ce ne sono molti altri. Quando vedo un film dal vero, mi dicono se è una commedia, un dramma o un horror. Perché il nostro deve essere semplicemente “animazione”? È una classificazione riduttiva, che ci tiene confinati in un mondo parallelo».
A tal proposito, guardando alcuni suoi lavori come i corti del Signor Rossi, emergono dinamiche molto simili alla commedia all’italiana.
«Esattamente. Sono corti comici, commedie. Ma definirli “animazione” è limitante. È un’etichetta che non descrive davvero il contenuto. E soprattutto ci tiene separati dal resto del cinema, mentre in realtà facciamo lo stesso identico lavoro. Anzi, per certi versi anche più faticoso, perché realizzare centinaia di migliaia di disegni a mano non è cosa da poco».
A proposito di lavoro manuale: spesso lei viene definito un “artigiano del disegno”. Si riconosce in questa definizione?
«Pensando all’inizio della mia carriera sì, assolutamente. Era artigianato puro. Persino gli strumenti erano costruiti a mano. I primi li ha realizzati mio padre in casa. Poi, con il tempo, si è passati a una produzione più industriale, soprattutto per esigenze di velocità. Ma per me l’artigianato non riguarda solo i mezzi: riguarda anche il rapporto umano. Eravamo pochissimi. “West and Soda” e “Vip – Mio fratello superuomo” sono stati realizzati da sei o sette persone. Era una famiglia allargata. Si discuteva di tutto insieme e tutti sapevano tutto del film. Oggi invece capita che gli animatori conoscano a malapena la storia: realizzano il loro pezzo e basta. Funziona lo stesso, ma si perde qualcosa. Capire il contesto di una scena, sapere cosa viene prima e cosa dopo, può fare una grande differenza».
Eppure oggi stanno emergendo anche produzioni indipendenti molto apprezzate dalla critica.
«Ed è una cosa bellissima. Spesso questi autori lavorano in piena libertà, mossi dalla passione e dalla ricerca artistica. È lì che nascono le opere più interessanti, il problema però è sempre la produzione. Quando entrano in gioco scadenze rigide e richieste industriali, tutto cambia. E poi c’è la distribuzione: un film può essere bellissimo, ma non trovare spazio. Oggi qualcosa sta cambiando, certo, ma il pubblico tende ancora a preferire prodotti più lunghi o seriali, obbligando inevitabilmente gli animatori a scendere a compromessi».
Tra due settimane sarà al Bergamo Animation Day, insieme a Lillo, per un incontro dal titolo «Fammi ridere». Cosa dobbiamo aspettarci?
«Non lo so nemmeno io - ride -. Credo sarà tutto molto spontaneo. Lillo è una persona straordinaria, abituata al contatto con il pubblico. Parleremo probabilmente dei nostri diversi approcci all’umorismo: il suo è molto fisico e immediato, il mio più costruito e studiato a tavolino. Ma sarà un’improvvisazione. Spero solo che la nostra moderatrice Valentina Mazzola riesca a tenerci un po’ in carreggiata. Io sarò sicuramente il più imbarazzato».
Restando su Bergamo, si sarebbe mai aspettato di vedere nascere lì un festival così importante per l’animazione?
Avevo poco più di vent’anni, l’animazione in Italia praticamente non esisteva. Presentai un film che venne rifiutato, mentre venivano accettati lavori a mio avviso piuttosto mediocri. Questo mi fece arrabbiare e decisi di raccontare quell’esperienza in un corto. Così è nato il Signor Rossi
«No, mai. Ed è quasi una cosa magica. Io ho iniziato proprio nell’ ex chiesa di Sant’Agostino, dove si tenne uno dei primi festival del cinema di Bergamo. È lì che è nato il Signor Rossi. Avevo poco più di vent’anni, l’animazione in Italia praticamente non esisteva. Presentai un film che venne rifiutato, mentre venivano accettati lavori a mio avviso piuttosto mediocri. Questo mi fece arrabbiare e decisi di raccontare quell’esperienza in un corto. Così è nato il Signor Rossi. La cosa più incredibile, anche se del tutto inconscia, è che il Signor Rossi è la caricatura del direttore del festival. Me ne sono accorto solo dopo. È stato qualcosa di quasi freudiano. Pensare di ritrovarmi ancora nello stesso posto, in un festival organizzato grazie anche a mio figlio, a parlare d’animazione è davvero straordinario».
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