Bergonzoni: «Io sono stanco “vivo”: con le parole gioco, dò forma alla fantasia»

L’INTERVISTA. Giovedì 5 marzo l’autore e regista Alessandro Bergonzoni sarà al Teatro Donizetti con lo spettacolo «Arrivano i dunque».

«Cospargete il vostro capo di cenere, il vostro capo vi licenzierà»: taaac! Eccoci già catapultati nel mondo surreale, metafisico, “swiftiano” di Alessandro Bergonzon i. L’attore, autore e regista bolognese sarà in città dove giovedì 5 marzo (ore 20.30) presenterà al Teatro Donizetti il suo nuovo spettacolo intitolato «Arrivano i dunque (Avannotti, Sole blu, e la storia della giovane Saracinesca)» spettacolo con il quale prosegue la Stagione di Altri Percorsi della Fondazione Teatro Donizetti. La regia è dello stesso Alessandro Bergonzoni, che firma anche le scene, e di Riccardo Rodolfi. La produzione è del Teatro Carcano.

Alessandro Bergonzoni: veniamo al dunque.

«Arrivare al dunque sembra sempre una resa dei conti, non sono contrario alle rese dei conti e alla resa nel senso, che addirittura io sventolo anche bandiera bianca. Dal punto di vista concettuale i dunque, insieme ai quindi e agli allora ti mettono davanti a un dilemma: e adesso come andiamo avanti? Come ci comportiamo? Dove andiamo? Cosa facciamo? Chi siamo? In questo momento più che mai ce ne sono tanti di dunque e noi facciamo finta di non vederli».

Parlavamo di resa dei conti, ma in realtà non è che siamo alla «resa dei tonti»?

«Ecco vedete è che io do sempre l’idea di giocare con le parole, io gioco col pensiero, mi farebbe molto piacere che la gente andasse a trovare il valore del “pontifex” cioè uomini che sono ponti che possono portarti da una riva all’altra, dal male al bene però e qui non cedo all’ ironia, non farò mai riferimento al famoso ponte siciliano, sul quale non dico niente, perché non c’è possibilità di fare ironia davanti a persone che sono già di loro ridicole».

Il sottotitolo dello spettacolo recita: «Avannotti, Sole blu e la storia della giovane Saracinesca».

«Questo è il mestiere che deve fare il pubblico: deve vedere di cosa si tratta, cercare di pensarlo e trovare nello spettacolo dei riferimenti che non è detto che ci siano. Il mio lavoro è proprio questo: non di giocare con le parole, ma di dare una forma all’immaginazione, alla fantasia e alla visione il più possibile distorta. Nello spettacolo lo dico: “fraintendiamoci”, cerchiamo di non capirci. Sono proprio delle premesse che io faccio nell’ambito della comicità surreale, metafisica e mai parodistica. Su questo tono quando dico: “cospargete il vostro capo di cenere, il vostro capo vi licenzierà” credo che la gente capisca di cosa parlo».

Ricordo che in un tuo spettacolo precedente ci invitavi a fare un «salto in altro».

«Perfetto, di fatti oggi e mi fa piacere questo ricordo, infatti io parlo di “tealtro” non parlo più di teatro e mi sento un “altrista” non un artista, nel senso che non lavoro senza l’altro, non faccio teatro senza l’altro, non faccio teatro se non sono nell’altro e con l’altro. Questi concetti, quelli dell’empatia, della condivisione, ormai sono finiti, voglio raccontare l’immedesimazione non più soltanto la compassione e l’empatia e la condivisione perché sono termini che sono finiti e infatti preferisco andare a lavorare su altre parole. Anche la parola pace per me non ha più nessun significato, l’hanno svilita, uccisa, allora vorrei che la pace si chiamasse “ra” che è la fine della guerra voglio entrare in “ra”, voglio vivere in “ra”».

A proposito di pace e guerra hai detto che l’Occidente non deve essere più «uccidente».

«In questi 80 anni siamo stati in pace con noi stessi cioè tra gli europei, tutto quello che abbiamo fatto fuori dall’Europa non era una grande pace, però era sempre più occidente e meno uccidente. Da adesso sono molto preoccupato: il riarmo, il ritorno della leva, non è una questione politica ne faccio una questione spirituale, antropologica e sovrumana perché qui sono tutti a dire torniamo umani, torniamo umani, ma ho paura che si debba diventare “sovrumani” e lo dico nello spettacolo».

Un concetto un po’ nietzschiano.

«Sì, sì e difatti parlo di Deleuze, parlo di Schopenauer e parlo anche di Nietzsche, ma non posso dire in che modo perché è una sorpresa dell’inizio dello spettacolo».

A proposito dello spettacolo lo spettatore che verrà al Donizetti cosa si deve aspettare?

«Non si deve aspettare niente, perché se no va ad ascoltare Sanremo, va a fare intrattenimento, va a vedere quelli che fanno la presa in giro dei vizi e delle virtù degli italiani. Il pubblico non è così piccolo da aspettarsi ciò che vuole, e lo sto provando con questo spettacolo e non sono l’unico a farlo. Un pubblico che si sorprende ancora non è assolutamente negativo, come il fatto di perdersi e di trovare cose che non avevano mai né sentito né visto. Questo per me è un risultato elevatissimo, ma non è merito mio. Ci sono molte persone più pronte ad andare oltre e non si fanno la domanda: ah, ma non prende in giro quello, non prende in giro quell’altro, non canta, non fa imitazioni. La gente è strapronta, siamo noi che abbiamo paura di cambiare».

Visto che siamo sull’argomento come ti poni ne panorama attorale italiano?

«Non sono un attore perché se fossi un attore dovrei essere uno che interpreta i testi di altri, che canta, che balla, che suona. Io sono soprattutto un autore se non scrivessi di fare teatro, mi interesserebbe molto poco. Amo l’arte, amo la scrittura, amo la poesia, tutte versioni per me più amabili del teatro in quanto tale, quindi non sono un attore. Però vado nei teatri perché comunque la televisione è insopportabile in tutte le sue forme, è tossica in tutte le sue forme, perché bisogna stare attenti a molti giornali, ai social. Io sono stanco vivo, non stanco morto, di immaginarmi ancora cuoricini, dita, pollici, frasette sull’amore: sono stanco vivo».

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