Cucina e sentimenti. Il legame della cultura giapponese

Preparare un pasto è spesso un modo per prendersi cura delle persone. Il cibo può diventare rifugio, antidoto, mezzo per raggiungere l’oblio. Intorno alla tavola ruotano mille narrazioni. Nella letteratura pop giapponese, in particolare, i racconti che mettono insieme cibo e sentimenti assumono forme affascinanti, diventando a volte fini indagini sui moti dell’anima (ricordiamo «Kitchen» di Banana Yoshimoto).

Davvero mangiare insieme rappresenta un momento di felicità? Si chiede Nitani, protagonista de «Le delizie della signorina Ashikawa» (Marsilio) di Takase Junko, che si nutre con noncuranza di cibi pronti preconfezionati, finché non incontra Ashikawa, una collega che «fa solo il minimo indispensabile» e «per farsi perdonare» porta in ufficio dolci deliziosi. Un gesto piccolo e gentile diventa rivoluzionario perché interrompe ritmi professionali troppo intensi, rivendicando una dimensione umana di attenzione e di cura.

«Mentre aspetti la cioccolata» di Michiko Aoyama (Garzanti) è un intreccio delicato di storie che ruotano intorno alla caffetteria Marble di Tokyo, dove avvengono incontri inaspettati. Il profumo del cioccolato è come un abbraccio, una bevanda calda diventa occasione per riflettere sulla propria vita, sui rimpianti, sulle paure e sulle scelte.

«108 rintocchi» (Piemme) di Yoshimura Keiko, infine, è una favola moderna in cui si evocano i sapori dei piatti tradizionali della cucina giapponese per Capodanno, dalle uova di aringa ai fagioli dalla buccia nera e brillante, il riso dai grani rossi, il pasticcio di pesce, ma soprattutto si ritrova la fiducia «nel fatto che le cose potessero andare a posto, che tutto, in un modo o in un altro, si potesse aggiustare».

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