«Eau», ricami d’arte per unire sapienza e critica ambientale

ALla GAMEC. Lo Spazio Zero della Galleria d’arte Moderna e Contemporanea ospiterà, a partire dal 25 febbraio, la mostra dell’artista angolana-portoghese Ana Silva sul tema dell’accessibilità all’acqua.

Bergamo

Dal 25 febbraio la Gamec presenta «Eau», la prima mostra personale in un’istituzione italiana dell’artista angolana-portoghese Ana Silva (Calulo, 1979). Il progetto si sviluppa all’interno di un percorso che mette in relazione due momenti della programmazione del museo, sotto la direzione di Lorenzo Giusti: «Pensare come una montagna», il programma biennale che tra il 2024 e il 2025 ha aperto uno spazio di riflessione condivisa sui temi della sostenibilità e sulla dimensione collettiva dell’esperienza artistica, e «Pedagogia della Speranza», che ne raccoglie l’eredità e che nel 2026 concentrerà l’attenzione verso la dimensione educativa e sul ruolo dell’arte come pratica di conoscenza, relazione e trasformazione.

Sperimentazione pedagogica

Ispirato al pensiero del pedagogista brasiliano Paulo Freire, che concepisce l’educazione come pratica di libertà, il programma è il frutto di una costante coprogettazione tra Sara Tonelli e Rachele Bellini del Dipartimento Educativo e il team curatoriale composto da Sara Fumagalli, Valentina Gervasoni e Irene Guandalini. Attraverso un articolato calendario di attività - da un laboratorio permanente di sperimentazione pedagogica nella sede di Palazzo della Ragione ai progetti espositivi nello Spazio Zero, dai talk e workshop con ospiti internazionali alla nuova stagione di Radio Gamec - nel corso dell’anno «Pedagogia della Speranza» coinvolgerà pubblici diversi, rafforzando il ruolo dell’istituzione come spazio di dialogo, partecipazione e responsabilità collettiva.

La crisi idrica

La mostra ideata da Ana Silva per lo Spazio Zero della Gamec nasce in collaborazione con una rete di ricamatrici locali, invitate dall’artista a intervenire su alcune sue opere tessili, e si sviluppa in continuità con la sua ricerca affrontando una delle crisi più gravi del nostro tempo: l’accesso all’acqua. Silva affida in una prima fase i soggetti da lei ideati e disegnati a ricamatori angolani — solo agli uomini, infatti, è consentito utilizzare la macchina da cucire in Angola —, per poi ultimare lei stessa le opere, aggiungendo a mano decorazioni, glitter e paillettes. Attraverso il linguaggio del ricamo - tradizionalmente associato alla cura, alla memoria e alla resistenza - l’artista denuncia la carenza di acqua e rende visibile una realtà in cui questa non rappresenta un diritto, ma un privilegio. Il suo lavoro prende forma a partire da un gesto semplice e radicale: il recupero di tessuti, pratiche e saperi femminili a lungo relegati allo spazio privato, assunti ora come linguaggio artistico contemporaneo.L’artista vive e lavora tra il Portogallo, il Brasile e l’Angola. La mostra presenterà inoltre al pubblico un corpus di lavori precedenti, che ripercorre l’evoluzione della sua ricerca artistica.

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