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Sabato 07 Febbraio 2026
Giorgio Pasotti: «Il mio Monti, campione di fair play»
CINEMA. Il bergamasco è il protagonista di «Rosso volante» dedicato alla vita e alla carriera di un grande specialista di bob «Raccontiamo un uomo la cui lealtà e determinazione sono state fondamentali per ottenere traguardi impensabili».
«Il rosso volante»: fu Gianni Brera - con il suo proverbiale stile - a soprannominare così il ragazzo dai capelli di un colore acceso che nel 1947 vide per la prima volta sfrecciare sugli sci. Quel ragazzo era il bobbista Eugenio Monti, destinato a diventare uno dei più grandi campioni di sport invernali di tutti i tempi, vincendo nove medaglie d’oro ai campionati mondiali di bob e sei medaglie olimpiche.
Lunedì 23 febbraio andrà in onda in prima serata su Rai 1 il film «Rosso volante», che racconta la storia di questo leggendario campione, divenuto famoso anche per il suo fair play. Liberamente ispirato al libro «Rosso ghiaccio: Eugenio Monti, dietro la leggenda» di Stefano Rotta, il film - diretto da Alessandro Angelini - è una coproduzione Rai Fiction, Wonder Film e Wonder Project ed è stato presentato in anteprima a Cortina d’Ampezzo lo scorso 24 gennaio in occasione dell’apertura dei Giochi Olimpici invernali.
Pasotti protagonista
Gli interpreti del film sono Andrea Pennacchi, Denise Tantucci, Stefano Scandaletti e Maurizio Donadoni. Il protagonista - che presta il volto a Eugenio Monti - è l’attore bergamasco Giorgio Pasotti.
Pasotti, che uomo era Eugenio Monti?
«Mi sono imbattuto nella storia di Eugenio Monti in modo del tutto casuale. In occasione di un anniversario del Coni, Paolo Bonolis mi chiese di leggere un estratto della vita di questo atleta: in quel momento mi sono accorto dell’eccezionalità e della ricchezza di quest’uomo, per ciò che ha fatto e per ciò che è stato. Si è trattato di un amore a prima lettura. Ho subito cercato di farne qualcosa: ho pensato prima a uno spettacolo teatrale, poi a un film, ma l’occasione si è presentata con le Olimpiadi di Milano Cortina, che mi hanno permesso di chiudere un cerchio».
Perché ha scelto di portare sullo schermo proprio la sua storia?
«Ci sono tanti motivi per cui ho scelto questa storia. A livello sportivo Monti ha avuto una carriera disumana: nasce come sciatore ed è già un talento, si rompe le ginocchia, si ricicla come bobbista e vince tutto tranne l’oro olimpico. Nel 1964 ha trentasei anni ed è la sua ultima occasione. Perde, ma passa alla storia per un gesto di fair play: dopo aver visto i rivali inglesi rischiare il ritiro per un bullone rotto, Monti decide di cedere uno dei bulloni della dotazione italiana, consentendo loro di vincere l’oro. Per questo atto di lealtà fu il primo a ricevere il premio Pierre de Coubertin per il fair play. Nel 1968, a quarant’anni suonati, decide di tornare in pista e la stampa si accanisce di nuovo contro di lui – dopo averlo fatto per il gesto del bullone - definendo il suo rientro come un gesto patetico. Non aggiungo altro perché bisogna godersi il film, che è un film sportivo raro in Italia, di cui siamo molto felici e soddisfatti».
A proposito del famoso episodio del bullone, secondo lei c’è ancora spazio per episodi di questo genere nel mondo sportivo attuale?
«Credo che nel mondo degli sport più conosciuti sia rimasto poco spirito sportivo. Esiste ancora negli sport minori, come quelli olimpici, che emergono dal silenzio e dall’anonimato ogni quattro anni, in occasione delle Olimpiadi. Abbiamo realizzato questo film proprio perché vorremmo che questa storia fosse un esempio, non solo per i giovani sportivi, ma anche per tutte le persone che hanno perso questi valori. Vogliamo raccontare che c’è stato un uomo la cui lealtà e determinazione sono stati fondamentali per conquistare traguardi oggi impensabili. È un esempio virtuoso, di cui oggi abbiamo sicuramente bisogno».
Il regista, Alessandro Angelini, ha spiegato che il film si gioca su due livelli: quello documentaristico – legato alle vicende sportive - e quello intimistico, legato alla vita privata di Eugenio Monti e ai suoi tormenti interiori. Quale dei due è stato più difficile da portare sullo schermo?
«La verità è che questo è uno dei film più faticosi che io abbia mai interpretato nella mia carriera. Da un lato era necessaria una preparazione atletica e sportiva, che restituisse in modo veritiero l’immagine di un grande atleta, e dall’altro si trattava di interpretare una persona umanamente molto diversa da me e questo ha richiesto molto studio. Monti era un uomo che ha vissuto sempre alla ricerca della velocità, su una labile linea di confine tra la vita e la morte, inseguendo la libertà nel senso più profondo e intimo del termine. Ci sono tanti colori che fanno parte della sua personalità: era leale e schivo, un montanaro rude, forgiato dall’ambiente naturale in cui è nato e cresciuto, ma era anche ambizioso e aveva una determinazione che appartiene unicamente ai grandi campioni».
Lei è uno sportivo. Questo aspetto l’ha aiutata nella realizzazione del film?
«Sono stato uno sportivo qualche anno fa e questo mi ha sicuramente aiutato ad affrontare uno sport che non conoscevo e che ho scoperto essere molto cinematografico, paragonabile alla Formula Uno, uno sport in cui la velocità, la paura, il pericolo di morte erano all’epoca qualcosa con cui dovevi fare i conti sin dal cancelletto di partenza. Questi atleti non avevano protezioni, non avevano caschetti, erano dei veri pionieri. La preparazione atletica mi ha aiutato a rendere verosimile l’interpretazione di un campione olimpico di uno sport particolare come il bob».
Ha paragonato la figura di Monti al tennista Sinner: cosa hanno in comune secondo lei questi due atleti?
«Sinner mi sembra il Monti di oggi, prima di tutto per il talento sportivo: entrambi riescono bene in qualsiasi disciplina sportiva. Sono dei talenti puri che nascono per lo sport. Ma si portano dietro anche una grande dose di umiltà e lealtà: forse è qui che risiede la loro forza. Sinner mi sembra il ragazzo della porta accanto, ha un talento mostruoso, ma è legato ai veri valori sportivi».
Nel cast ci sarà anche un altro attore bergamasco, Maurizio Donadoni.
«L’abbiamo voluto strenuamente e veste i panni dell’allenatore Podar. Maurizio è un portento, non avevo mai lavorato con lui. C’è anche Andrea Pennacchi, che interpreta divinamente il personaggio di Gianni Brera».
I biopic sportivi hanno un grande successo. Secondo lei cosa cerca il pubblico nel racconto delle grandi sfide sportive?
«In realtà in Italia si realizzano pochissimi biopic sportivi. È un genere che riesce molto bene agli americani, soprattutto perché hanno a disposizione mezzi che noi non abbiamo. “Rosso volante” rappresenta un caso molto particolare: è un film realizzato in quattro settimane, durante le quali abbiamo messo in scena due Olimpiadi – quella di Innsbruck e quella di Grenoble – e lo abbiamo fatto nel mese di maggio, quando a Cortina ci sono le margherite e non certo la neve. È stato uno sforzo produttivo davvero importante, ma ne è uscito un biopic sportivo degno di essere visto, che porta in dote valori che possono piacere a un pubblico internazionale, come l’ambizione, la lealtà, l’attaccamento alla famiglia, il senso profondo dell’amicizia e dello sport».
Lei è sempre molto attento al sistema valoriale e alle dinamiche sociali. Nella serie televisiva «L’appartamento sold out» vengono affrontati temi come la crisi degli alloggi e l’immigrazione. Non è scomodo per un attore affermato proporre certe tematiche?
«La serie di cui parla è stata un piccolo esperimento, in cui ho ritrovato un grande valore civile. Ha avuto qualcosa come quattro milioni di visualizzazioni su RaiPlay e ne siamo molto felici. Affrontare certe tematiche non è assolutamente scomodo, anzi oggi mi posso permettere di godere della libertà conquistata dopo trent’anni di carriera, per fare quelle cose coraggiose che vanno fatte. Io odio la parola urgenza, ma ritengo che ci siano dei progetti che fanno sentire la propria urgenza: bisogna armarsi di coraggio e farne parte».
Un po’ come ha fatto portando in scena l’Otello...
«Esattamente. Viste le continue notizie di femminicidi, l’Otello risulta ancora più attuale di quando lo scrisse Shakespeare. L’ho reso molto cinematografico, adattandolo ai gusti delle giovani generazioni, e stiamo avendo un successo inaspettato. Vedo molti spettatori che si commuovono e questo significa che l’esperienza teatrale deve continuare a essere un momento emozionante».
Cosa c’è nel suo futuro?
« Ci sono tanti progetti. Ho la fortuna di poter spaziare da un campo all’altro del mondo dello spettacolo. Ho pubblicato con Ribalta Edizioni un romanzo dal titolo “Ora”, sto ultimando la post-produzione del mio terzo film da regista, continuo a dirigere con grande gioia il Teatro Stabile d’Abruzzo e ho aperto una casa di produzione cinematografica».
Ha ancora tempo per tornare nella sua Bergamo?
«Ho poco tempo per tornare a Bergamo, ma quel poco tempo è sempre meraviglioso (sorride). Le radici bergamasche per me sono molto importanti, amo Bergamo e la sento mia. Più passano gli anni, più mi sento testimone del senso dell’essere bergamasco: lo ritrovo nella dedizione al lavoro e nell’approccio artigianale al mondo dello spettacolo. Mi sento come i fabbri e i falegnami che vedevo da bambino in Città Alta, che lavoravano giorno e notte, in estate e in inverno, e che erano non solo artigiani ma anche artisti. Sento di appartenere sempre di più a questo mondo».
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