Lo scrittore Amitav Ghosh a «Molte Fedi»: «Stupore e senso del sacro, le chiavi per salvare il mondo»

L’INTERVISTA. Lo scrittore indiano lunedì 14 settembre in Sant’Agostino, ospite di «Molte fedi»: «La natura va tutelata. Per affrontare la crisi ecologica non basta un approccio fondato sulla scienza».

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Nel 1966, in una famosa intervista pubblicata postuma dieci anni dopo, Martin Heidegger affrontava la questione se gli esseri umani siano in grado di riprendere il controllo di apparati tecnici che ormai sembrano procedere autonomamente: «Ormai solo un dio ci può salvare» era la risposta del filosofo. Un personaggio del romanzo di Amitav Ghosh «L’occhio fantasma» (Einaudi, pagine 344, euro 21, disponibile anche in formato digitale a 12,99 euro) espone una tesi per certi versi analoga: visto che gran parte dell’opinione pubblica mondiale non sembra dare abbastanza credito alle argomentazioni scientifiche, per salvare la biosfera da un incombente disastro «è venuto il momento di provare a risvegliare quel senso di stupore e meraviglia su cui è fondata la fede umana nel sacro».

Visto che gran parte dell’opinione pubblica mondiale non sembra dare abbastanza credito alle argomentazioni scientifiche, per salvare la biosfera da un incombente disastro «è venuto il momento di provare a risvegliare quel senso di stupore e meraviglia su cui è fondata la fede umana nel sacro»

Nato nel 1956 a Calcutta, Ghosh è tra i più famosi scrittori indiani di lingua inglese viventi: ha conseguito un dottorato in antropologia sociale a Oxford e nei suoi testi narrativi, come anche nei suoi saggi, ricorrono i temi del postcolonialismo, della convivenza tra diverse culture, della compromissione di molti ecosistemi naturali. Domani sera - lunedì 14 settembre - alle 20,45 l’autore del saggio «La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile» (recentemente ripubblicato in Italia, sempre da Einaudi) sarà ospite della rassegna delle Acli «Molte fedi sotto lo stesso cielo». L’incontro, che avrà per titolo «L’occhio fantasma: scrivere mentre il mondo brucia», si terrà nell’Aula Magna della sede universitaria di Sant’Agostino; a dialogare con Ghosh sarà la giornalista Paola Caridi (ingresso gratuito, con prenotazione obbligatoria mediante il sito moltefedi.it).

Ad Amitav Ghosh abbiamo posto alcune domande su questo suo romanzo, in cui l’immagine dell’«occhio fantasma» evoca un motivo ricorrente in molte tradizioni religiose: quello di una capacità divinatoria che va oltre i limiti delle evidenze empiriche.

La trama del libro è articolata in tempi e in luoghi diversi, tra Calcutta, le foreste di mangrovie del vicino parco nazionale dei Sundarbans e New York, la città in cui lei da tempo risiede. Lo scenario di fondo è quello della «globalizzazione» , come condizione di crescente interdipendenza fra tutte le regioni del nostro pianeta? Nel marzo del 2020, negli Stati Uniti, il protagonista maschile apprende da un giornale ciò che sta accadendo a Bergamo, travolta dall’arrivo del Covid («Cominciai a farmi un’idea di cosa ci riservava il futuro: ospedali a corto di apparecchi per la ventilazione, persone che morivano nei corridoi, cadaveri che si accumulavano troppo in fretta per poter essere sepolti e un lockdown totale, in cui solo i soccorritori avevano il permesso di uscire di casa»).

«Le cronache e le immagini che in quel periodo arrivavano da Bergamo suscitarono un profondo sgomento nell’opinione pubblica mondiale. Nessuno avrebbe mai prospettato uno scenario simile, meno che meno in Italia, nell’Europa occidentale. Si stava verificando un evento inimmaginabile, che tuttavia imponeva brutalmente alla nostra coscienza un dato di fatto: quello di una drammatica vulnerabilità dell’umanità e dell’intero pianeta, nell’epoca in cui ci troviamo a vivere».

Nella regione dei Sundarbans era già ambientato un suo precedente romanzo, «Il paese delle maree». Lei conosce bene questo dedalo di isole e di canali di acqua salmastra: per metonimia, può rappresentare la ricchezza, la bellezza ma anche la fragilità dell’intero ecosistema planetario?

«La mia consapevolezza della crisi climatica oggi in atto è maturata proprio mentre conducevo delle ricerche in vista della stesura di quel romanzo, che uscì nel 2004. In quel periodo avevo constatato i primi effetti nefasti del riscaldamento globale sulle foreste di mangrovie. Il pericolo che oggi incombe, però, non è solo collegato all’aumento delle temperature: siamo di fronte a tendenze diverse, benché convergenti, che vanno dalla riduzione della biodiversità, con l’estinzione di molte specie vegetali e animali, alla diffusione di nuovi agenti patogeni. Dopo la pubblicazione del mio romanzo, la regione dei Sundarbans fu devastata da eventi meteorologici di eccezionale gravità; nel 2012, anche New York venne investita dall’uragano Sandy, che provocò danni ingenti. Da allora, molti altri episodi di questo tipo hanno confermato che è in atto un progressivo degrado delle condizioni ambientali, a livello globale».

Ne «L’occhio fantasma», un personaggio sostiene che per salvare il pianeta da questo degrado occorrerebbe ricorrere alla forza di suggestione del sacro, con un dispiego di apparizioni e prodigi. Lei condivide tale idea? Ritiene che molte persone non si lascino convincere solo da argomentazioni razionali, di carattere scientifico?

«Sì, condivido quanto afferma il mio personaggio. Credo che una svolta, nel dibattito pubblico, sia avvenuta nel 2015, con la pubblicazione della Laudato si’: l’enciclica di Papa Francesco ha sensibilizzato un vastissimo pubblico sulle conseguenze della crisi ecologica. Per fare fronte a questi pericoli non basta un approccio fondato esclusivamente su paradigmi scientifici e tecnologici. Tra i fenomeni sociali e culturali più interessanti del nostro tempo, vi è la nascita di un movimento per i “diritti della natura”: il suo assunto di partenza è che certi rilievi montuosi, aree forestali e corsi d’acqua vadano tutelati a motivo di una loro intrinseca sacralità. In Nuova Zelanda, per esempio, è stato riconosciuto non solo il carattere sacro del fiume Whanganui, ma una sua personalità giuridica, come “capostipite ancestrale” di una comunità tribale che vive lungo il suo corso. Nell’America Settentrionale, istanze analoghe hanno guidato le mobilitazioni di popolazioni autoctone contro la costruzione di gasdotti: la loro opposizione si fondava anche sull’inviolabilità delle acque e degli altri elementi naturali di quei territori».

Lo spunto d’avvio de «L’occhio fantasma» è dato dalla metempsicosi: una bambina di Calcutta comincia a ricordare dettagli di una sua vita precedente. Come viene presentato nel romanzo il concetto della trasmigrazione delle anime? Letteralmente, nel senso di una credenza plausibile, o, anche in questo caso, come il simbolo di una dimensione nascosta della realtà, inaccessibile a un approccio empirista e materialista?

«Il principio della reincarnazione è presente in diverse tradizioni religiose: in quella buddhista, per esempio, si presuppone una continuità tra tutti i viventi, tanto che un uomo può rinascere in altre forme di vita. Il tema della metempsicosi è presente anche nella filosofia di Platone: il mito di Er, con cui termina il dialogo La Repubblica, tratta proprio di questo. Per quanto mi riguarda, ritengo che il fascino speculativo di tale teoria consista nella sua opposizione all’antropocentrismo: l’uomo smette di ergersi a fulcro, a perno centrale dell’universo, e viene posta in primo piano la continuità tra la nostra specie e tutte le altre forme del grande spettacolo della vita».

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