Oriana Fallaci, un ritratto con lo sguardo del nipote

LETTURE ESTIVE. Oriana Fallaci vista dal nipote, figlio della sorella minore Paola. E, insieme, una saga dell’intera famiglia Fallaci, in cui è nucleo aggregante, tutt’uno con le vicende brevi e transeunti degli uomini, la natura vegetale e animale del Chianti, l’antica casa e la tenuta di Piuca.

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«La Repubblica autonoma di Piuca» (Sellerio) è l’ultimo libro del paesaggista, progettista di giardini privati e pubblici Antonio Perazzi, che del «Giardino selvatico di Piuca» ha fatto un laboratorio vivente, in cui studiare capacità di adattamento, influenze reciproche con l’ambiente, di molte specie vegetali. Non «Gruppo di famiglia in un interno», ma «Autobiografia di famiglia in giardino» (sottotitolo). A infondere, nel sistema, un po’ di suspense, la ricerca, topica, un po’ stevensoniana, della cassa del tesoro. La cassa che «l’Oriana» aveva sepolto in un luogo misterioso del podere di famiglia, conosciuto solo dal padre e dalla sorella Paola. Qualche indizio, ai piedi di un olivo secolare, vicino ad una rosa, e la stesura di un dipinto ad olio (la Fallaci si dilettava, dilettantescamente, anche di pittura) che faceva, in qualche modo, da mappa indiziaria.

Una cassa contenente «tesori personali che non dovevano rischiare di essere mercificati». Il libro è, dunque, ritratto intimo, familiare, di una delle giornaliste più famose del Novecento, quête, inchiesta, caccia al tesoro delle sue più inviolabili memorie, racconto di viaggi di famiglia (c’è anche Bergamo preda del Covid!), e, insieme, rappresentazione di un territorio che è un vero organismo vivente, poliforme, cangiante secondo gli anni e le stagioni, abitato da mal numerabili presenze, tra cui animali timidissimi e quasi impossibili da vedere de visu. L’allora giovane o giovanissimo Antonio è stato più volte con Oriana a New York e in altre città americane, è stato con lei a Cuba. Ha ascoltato i suoi, più o meno romanzati, racconti. Una donna fisicamente minuta, ma dalla lingua esplosiva e «tagliente». Che, sotto l’apparenza decisa e aggressiva, era una persona «molto fragile», incapace di sopportare che qualcuno, a parte i familiari più stretti, la conoscesse davvero nell’intimo. Eternamente con la sigaretta in bocca, quando lavorava non poteva sopportare alcuna distrazione. A New York dice al nipotino: «Adesso dormi e non mi disturbare più. Devo lavorare e ho bisogno di concentrazione assoluta: quando scrivo non posso sentire neanche un sospiro».

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