Sclavi e i saperi: ascoltare non è rinunciare al proprio giudizio, costruisce fiducia
L’ascolto non è solo una virtù privata, ma può diventare metodo comunitario per rigenerare la democrazia. Mentre la politica si consuma in slogan contrapposti e ciascuno resta chiuso nella propria bolla, Marianella Sclavi propone di rovesciare la prospettiva. Sociologa, autrice di «Arte di ascoltare e mondi possibili» (Pearson), testo di riferimento sulla gestione creativa dei conflitti, ha appena pubblicato «Elogio dei tre saperi» (Bordeaux), in cui analizza l’esperienza di «città-laboratorio» di Nantes. Sarà in città oggi alle 18, al Tempio Votivo, per un incontro con Giovanni Grandi su «Educare e riparare» ospite di «Molte fedi sotto lo stesso cielo», la rassegna culturale delle Acli.
Ascoltare, sostiene, è una postura esistenziale. Ma oggi, tra social e una cultura sempre più individualista e auto-centrata, questa arte resiste o va reinventata?
«Ho scritto un libro su Nantes, dove l’ascolto attivo, e un dialogo aperto tra cittadini, professionisti e politici, è diventato metodo di governo, permettendo di compiere scelte che hanno portato questa città a diventare capitale europea dell’innovazione. Ascoltare non significa rinunciare al proprio giudizio: quando qualcuno dissente invece di cercare di spiegargli che ha torto, meglio sforzarsi di capire in che senso ha ragione. Questo contribuisce a costruire fiducia, oggi più rara che mai».
Quale pratica concreta potrebbe adottare da domani una comunità, una scuola, un condominio?
«Sempre seguendo l’esempio di Nantes, davanti a un problema complesso, si coinvolgono nel processo di analisi e nelle decisioni tutti gli attori interessati, anche quelli con le posizioni più lontane: l’esatto contrario di ciò che si fa di solito. Con dei facilitatori ciascuno racconta la propria esperienza e gli altri cercano di capirla, senza criticarla. Solo dopo, con l’aiuto degli esperti, si esplorano le soluzioni e si sceglie la più adatta al caso. Vale anche per un marciapiede: si chiede a chi lo percorre, alla signora con la carrozzina, ai ragazzi, agli anziani, ai ciclisti. Il conflitto aiuta a capire i diversi punti di vista, a considerarli tutti. In una delle piazze centrali di Nantes c’è un monumento al “passo laterale”: un invito alla creatività, a non fermarsi alla prima spiegazione, ma osare strade inedite avendo come faro dei valori non negoziabili e l’attenzione per dei risultati rispettosi del bene comune ».
Come si può inserire questo aspetto nell’educazione delle nuove generazioni?
«Per passare da una democrazia incompiuta a una autentica servono cittadini che dialogano fra loro e che non si limitano a votare. Lo si impara in famiglia e a scuola, dall’asilo all’università: ascolto, gestione creativa dei conflitti, autoconsapevolezza emotiva. Senza considerare questi aspetti, oggi non serve nemmeno saper leggere e scrivere. Molti dicono che non c’è tempo, usano il programma ministeriale come impedimento insormontabile: in realtà le scuole che già considerano questi temi, integrandoli nelle attività didattiche, il tempo lo trovano. La formula più adatta ad una scuola dei nostri tempi è un terzo di lezioni, un terzo di lavoro di gruppo con i coetanei, un terzo di lavoro individuale. Se le nuove generazioni acquisiscono questi concetti, in futuro i politici non potranno più evitare l’ascolto, perché i cittadini lo pretenderanno. Oggi possono farlo, perché la gente è rassegnata, non crede nella possibilità di un vero cambiamento».
La giustizia riparativa suscita ancora diffidenza. Cosa distingue un ascolto che ripara?
«La giustizia riparativa è già una realtà importante in Italia: la giustizia minorile adotta prevalentemente principi riparativi e in molti casi la mediazione è obbligatoria. Le parti, invece di affidarsi agli avvocati, si guardano in faccia e si ascoltano senza interrompersi. Ne parlo nel libro scritto con Gabriella Giornelli, «La scuola e l’arte di ascoltare» (Feltrinelli, ndr), facendo molti esempi concreti, in cui si capisce che questo metodo non è una scappatoia alla punizione. La giustizia riparativa si capisce solo se diventa il modo normale di vivere i conflitti: così innesca una rivoluzione antropologica».
Da dove nasce la sua vocazione all’ascolto?
«Prima di tutto dalla famiglia. I miei genitori, primi maestri di umorismo, consideravano incomprensioni, fragilità e brutte figure come occasioni di apprendimento, e mi hanno insegnato a riderci sopra. Così l’umiliazione si capovolge in scoperta, e il senso del gioco è condizione della creatività, permette di imparare dagli errori. Poi ho vissuto tre anni in Brasile, durante gli studi ho trascorso un anno negli Stati Uniti: immersa in altre culture, ho dovuto praticare l’ascolto attivo per sopravvivere, e ho imparato a guardare me stessa con l’occhio dell’altro. Una pratica che mi ha fatto scoprire il gusto di esplorare cammini non ancora percorsi. Lo stesso principio si può applicare anche nella politica, che, come dice uno dei protagonisti dell’esperienza di Nantes, dovrebbe «illuminare gli occhi, attivare i neuroni e aprire i cuori».
© RIPRODUZIONE RISERVATA