Dietro la caciara social, partiti agitati dal dilemma delle preferenze

ITALIA. Conviene o non conviene riprovare a proporre in Senato le preferenze già bocciate dalla Camera?

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Nel retroteatro della politica, mentre al pubblico viene servita la bagarre sul gioielliere con la pistola e sul marocchino morto a Bologna, in realtà si discute, e molto, della legge elettorale. Non sembri al lettore una discussione lunare: in Italia ormai ad ogni turno elettorale la maggioranza al potere studia come rimanere in sella aiutandosi con i meccanismi delle urne, sicché siamo diventati il Paese dove più spesso che altrove si cambia la modalità del rinnovo del Parlamento (molto più stabili e funzionanti, invece, quelle che si applicano ai sindaci e alle Regioni). Si è fatto così con il Porcellum di Calderoli, l’Italicum di Renzi mai entrato in funzione, il Rosatellum attualmente in vigore.

L’attuale centrodestra ha elaborato il Melonellum, proporzionale con premio di maggioranza, per evitare il temutissimo pareggio tra destra e sinistra che potrebbe essere ancora una volta l’anticamera dell’ennesimo «governo tecnico» alla Draghi o Monti. Però c’è stato un inciampo sulla (parziale) reintroduzione delle preferenze (che Meloni avrebbe voluto e che Salvini e Tajani pur contrari hanno accettato) che una cinquantina di deputati della maggioranza hanno affondato unendo i loro voti a quelli dell’opposizione.

La proposta di compromesso

Ecco di cosa si discute proprio in queste ore e in queste afose notti romane: conviene o non conviene riprovare a proporre in Senato le preferenze già bocciate dalla Camera? In qualche modo bisognererebbe comunque farlo perché Noi Moderati ha già annunciato che presenterà un emendamento di questo genere, contando sul regolamento di Palazzo Madama che prevede il voto palese e dovrebbe perciò escludere la pugnalata alla schiena dei franchi tiratori che agiscono nel segreto. A parte che se si introducesse la nuova norma bisognerebbe tornare alla Camera, e questo sarebbe di nuovo un problema, c’è in ballo una proposta di compromesso tirata fuori dall’arbitro, ossia dal presidente dei senatori La Russa. Consisterebbe nei capilista «bloccati», ossia scelti dalle segreterie di partito, prevedendo metà posti per candidati uomini e metà per candidate donne (così da fermare la protesta delle esponenti di centrodestra) e per il resto le preferenze.

Conviene? Non conviene? Meloni, Tajani e Salvini su questo si stanno arrovellando in una discussione che è resa più angosciosa perché è l’intera legge (sospettata di essere peraltro ricca di norme incostituzionali) che oggi sembra meno utile al suo scopo principale, ossia evitare il pareggio.

Il ruolo di Vannacci

Il problema vero si chiama Vannacci, che ormai si fa pubblicità facendosi ritrarre dall’IA con le sembianze di un condottiero romano che manda a morte nel circo i suoi avversari di sinistra. Il dux Vannacci molto probabilmente sarebbe determinante per consentire al centrodestra di prendere il premio di maggioranza e battere così la sinistra. Quindi l’idea del premio, che sembrava geniale, rischia di essere un boomerang consegnando a Meloni sì la vittoria ma solo grazie al suo più acerrimo nemico, colui che si proclama condottiero della «vera destra», altro che i mollacchioni di Fratelli d’Italia, ormai troppo adusi alle poltrone e ai velluti ministeriali.

Quanto alle preferenze, sapremo in queste ore, forse già la notte passata quando leggerete questo articolo, se nel retroteatro il dilemma è stato sciolto, se si andrà avanti sulle preferenze o si preferirà chiuderla qui con tanti saluti alle richieste di Noi Moderati. Nel frattempo le sinistre annunciano ostruzionismi e battaglie asperrime nel Paese e in Parlamento: temono la trappola anche se i sondaggi in queste settimane continuano a dar loro la speranza della vittoria, ancorché di pochi punti sulla destra (al netto di Vannacci).

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