e-Brt, le ideologie, il traffico e la necessità di cambiare

LA RIFLESSIONE. Era dai tempi del glorioso mercoledì nero, il 22 settembre 2004, che a Bergamo non ci si divideva così tanto sul tema della mobilità. Ai tempi erano bastate due ore mattutine di velleitaria chiusura al traffico in accesso in città per rischiare la sollevazione popolare.

Lettura 3 min.

Questa volta invece i mal di pancia sono iniziati appena comparsa una striscia gialla a delimitare la corsia per l’e-Brt, il sistema di autobus elettrici in sede riservata che collegherà il capoluogo a Dalmine e Verdellino. Manco si erano ancora visti i mezzi, è bastata solo la striscia per terra. Anche perché il primo - prevedibilissimo, scontato - effetto è stato mandare in tilt il traffico nelle vie interessate e pure oltre. Del resto, a parità di corsie, se ne riservi una a un’esclusiva modalità di trasporto (solo l’e-Brt, manco gli altri mezzi pubblici) la conseguenza è persino ovvia: gli altri restano in coda.

C’è chi sostiene che questa modalità di trasporto di massa non sia la più adatta a una città come Bergamo e probabilmente qualche ragione ce l’ha considerando il calibro della viabilità d’accesso dove quasi sempre si fa fatica a ricavare due corsie scorrevoli. Ma è anche vero che se la mobilità da un lato è fatta di comportamenti ricorrenti, praticamente ripetitivi, dall’altro necessita anche di interventi capaci di cambiare abitudini consolidate ma ora non più sostenibili. Come l’utilizzo massiccio, a tratti abnorme e comunque non sempre necessario, del mezzo privato: i numeri sono lì da vedere.

L’e-Brt è la risposta giusta? Le perplessità, sono legittime, ma non si può nemmeno continuare a trincerarsi dietro concetti imparati un po’ a memoria del tipo «semmai servono parcheggi d’interscambio con bus navetta frequenti» dietro i quali c’è semplicemente il nulla. Perché per essere davvero competitivo (e quindi usato) il mezzo pubblico deve avere un sistema di corsie riservate per garantire così frequenze e tempi certi, prima ancora che la velocità. Diversamente, se bisogna comunque restare fermi in coda, i più continueranno a farlo comodamente seduti nella propria auto e non stipati in un bus, elettrico o meno. E si fallirà l’obiettivo principale di operazioni del genere, ovvero spostare quote importanti dal mezzo privato a quello pubblico, attenuando così davvero la pressione del traffico sulla città.

Indubbiamente l’impatto dell’e-Brt sarà forte e problematico, una sfida molto difficile, forse troppo, ma necessaria. Per questo la soluzione non può (non deve) essere una bocciatura a prescindere, semmai s’ha da lavorare per un continuo e costante aggiustamento in corsa alla ricerca di un possibile equilibrio. Sicuramente per Bergamo un tram sarebbe stata la risposta migliore, ma è già stata un’impresa portare a casa la T2, difficile immaginare a breve un ulteriore sviluppo della rete. Semmai bisogna sperare che i cantieri di Rfi procedano davvero secondo i nuovi tempi annunciati perché è evidente la loro influenza negativa sul traffico attuale. Di certo servirà un atteggiamento comunicativo forte e puntuale: sempre per restare all’attualità, il flop delle navette per Città Alta sconta anche un evidente deficit d’informazione - a tratti inspiegabile - alla potenziale utenza. Un esempio? Il capolinea della Celadina è a 20 metri 20 da un pannello informativo della rete comunale: in sei domeniche non si è mai visto un annuncio che sia uno di un servizio offerto per giunta gratis.

L’e-Brt non sarà un cambiamento indolore, anzi: inutile negarlo, i rischi per la circolazione si annunciano molto elevati considerando l’assetto decisamente complesso della viabilità cittadina, quelli di un fallimento pure

Di certo non serve però nemmeno quell’atteggiamento vagamente pedagogico che spesso accompagna scelte forti come l’e-Brt vorrebbe essere, perché i veri cambiamenti culturali non passano mai solo attraverso le imposizioni ideologiche ma dal confronto con la realtà (anche se sgradita), dalla condivisione di un obiettivo e dalla capacità di convincere. Processo mai semplice, a maggior ragione se agisce su comportamenti consolidati ma ambientalmente sempre meno sostenibili. E quest’ultimo aspetto andrebbe fatto capire a chi oltre l’orizzonte della propria auto e del parcheggio a metri zero continua a non voler andare.

Di certo servirà un atteggiamento comunicativo forte e puntuale: sempre per restare all’attualità, il flop delle navette per Città Alta sconta anche un evidente deficit d’informazione - a tratti inspiegabile - alla potenziale utenza

L’e-Brt non sarà un cambiamento indolore, anzi: inutile negarlo, i rischi per la circolazione si annunciano molto elevati considerando l’assetto decisamente complesso della viabilità cittadina, quelli di un fallimento pure. Ma qui serve un minimo di onestà intellettuale: di critiche (spesso) fondate se ne sono lette ovunque, soprattutto nel gran giurì dei multiesperti da social, ma nessuna proposta alternativa e sostenibile - perché a tirare una riga sul foglio si è capaci tutti... - per provare a cambiare davvero le cose in una città che resta assediata dal traffico. E questo rischia di essere un problema ben più grave di una striscia gialla sull’asfalto. Nell’attesa, nervi saldi, tanta pazienza e anche la capacità di fare qualche passo indietro per migliorare le cose quando servirà. Sennò di elettrico si rischia solo il corto circuito.

© RIPRODUZIONE RISERVATA