Francia, aiuto a morire. Gli effetti pericolosi

MONDO. Anche in Italia si discute su cosa sia meglio o meno peggio. Lasciare che l’attuale prassi sia regolata dalla Consulta o fare una legge?

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In Francia è legge «l’aiuto a morire», anche se l’approvazione (per pochi voti) ha spaccato il Paese. Questo «nuovo diritto» autorizza il ricorso al suicidio assistito e in alcuni casi all’eutanasia praticata da personale ospedaliero. Infatti se la persona non è fisicamente in grado di somministrarsi la sostanza letale, può chiedere aiuto a un medico o infermiere. Vi può accedere chi ha una patologia irreversibile e incurabile o chi ha scelto di non sottoporsi a cure o voglia interromperle.

Però si precisa che «la sola sofferenza psicologica» non basta a giustificare la richiesta di aiuto a morire, mentre nel disegno di legge in discussione in Italia è sufficiente. Quindi le patologie che rientrano nel perimetro della legge francese saranno tumori e malattie neurodegenerative, ma non quelle che alterano la volontà, come l’Alzheimer. Si lascia però un ampio margine di «discrezionalità» per cui potrebbero rientrare anche persone con ancora diversi mesi o anni di vita. Dal punto di vista giuridico si è così abbattuto un principio che proprio i medici francesi avevano formulato: «laisser mourir sans faire muorir» (lasciar morire senza far morire). Dal punto di vista sociale gli effetti di una tale legge porteranno a un deterioramento del legame di fiducia con gli operatori sanitari e tra generazioni; cambierà il rapporto con la malattia, la vecchiaia, la disabilità; non volendo sentirsi un peso per figli o nipoti, gli anziani in condizioni precarie potrebbero sentirsi spinti a porre fine alla propria vita. Uno scenario non certo positivo.

In Italia

Intanto da noi si discute su cosa sia meglio o meno peggio. Lasciare che l’attuale prassi sia regolata dalle indicazioni della Consulta o fare una legge? Tutte e due le soluzioni hanno vantaggi e svantaggi. Chi vuole una legge nazionale precisa che la depenalizzazione è legata a criteri stringenti, quali terminalità, esito infausto della patologia, dipendenza da «trattamenti sostitutivi di funzioni vitali». Questa nuova dizione dovrebbe evitare l’estensione dei «trattamenti» a attività che sono invece cure dovute alla persona, come aiuto a mangiare o riposizionamento. Riaffermando con forza che la malattia va presa in carico e la responsabilità è quella di salvare una vita e non di eliminarla, ma anche accettando che il desiderio di non soffrire fa parte della vita.

I rischi

D’altra parte però una legge che consenta di poter decidere della propria morte favorisce un’idea autoreferenziale della vita e andrebbe a soffocare la voce di chi vuole vivere, nonostante gli venga attribuita, da una certa cultura, una «vita indegna». Continuare a vivere in un ambiente che non da valore a disabili, malati cronici, dementi, anziani può portare a sentirsi in colpa davanti allo sguardo di chi si aspetta che chi è in questa situazione venga liberato da sofferenze inutili. Una legge che legittimasse il suicidio assistito, quando il soggetto non è in grado di farlo da sé, creerebbe un clima drammatico in cui decidere di morire diventerebbe un imperativo. Una «suicidio psicologico» prima che fisico. Non c’è solo il singolo che muore, c’è un’intera società che suggerisce ai più fragili come e quando morire. Una società squilibrata in cui vivere è ragionevole solo per chi è in ottima forma fisica e mentale. Si alimenta così l’utopia irraggiungibile di una vita perfetta, senza ferite e dolori. I progressi della medicina hanno portato a una maggiore competenza riguardo al processo del morire e la possibilità di renderlo meno doloroso. Bisognerebbe però parlare della paura personale di dover affrontare un’esistenza diventata insopportabile e della paura per i parenti di dover provvedere a periodi lunghi di assistenza.

Una migliore attuazione della legge sulle Cure palliative potrebbe favorire oltre l’assistenza qualificata al malato, maggiore solidarietà alle famiglie e offrire aiuto psicologico e spirituale. «Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?» (Papa Leone XIV).

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