Gaza, l’ombra sul dialogo tra cristiani ed ebrei

MONDO. A sessant’anni dalla pubblicazione della «Nostra Aetate», la Dichiarazione sul dialogo interreligioso del Vaticano II conferma e ribadisce che il dialogo non è solo lo strumento di una sorta di «diplomazia religiosa» dei buoni sentimenti, ma ha valore dottrinale, cioè riguarda l’identità stessa della fede cattolica.

Lettura 2 min.

A sessant’anni dalla pubblicazione della «Nostra Aetate», la Dichiarazione sul dialogo interreligioso del Vaticano II, che cambiò il modo con cui i cattolici guardavano agli ebrei, ai musulmani e ai credenti delle altre religioni, una Nota congiunta dei Dicasteri vaticani della Dottrina della fede, dell’Ecumenismo e del Dialogo interreligioso approvata dal Papa, conferma e ribadisce che il dialogo non è solo lo strumento di una sorta di «diplomazia religiosa» dei buoni sentimenti, ma ha valore dottrinale, cioè riguarda l’identità stessa della fede cattolica. La firma del capo del Dicastero della Dottrina della Fede, il Card. Fernandez, accanto a quella del Card. Koch (Promozione dell’Unità dei Cristiani) e del Card. Koovakad (Dialogo Interreligioso), conferma autorevolmente che «il dialogo fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa» e che per esso non bisogna «relativizzare la propria identità» con il rischio di scivolare nel «sincretismo».

Il documento, intitolato «Un Cammino di speranza», spiega che «il rispetto della massima identità» giustifica «l’impegno per il massimo dialogo». La nota conciliare «Nostra Aetate» era nata soprattutto per rimettere le cose a posto nel dialogo con l’ebraismo, Dichiarazione brevissima di appena cinque paragrafi sulla scorta delle indicazioni di Papa Giovanni XXIII, che nel 1959 tolse l’aggettivo «perfidi ebrei» nella preghiera del Venerdì santo e segnò una svolta nella predicazione cattolica, solita attribuire agli ebrei la morte di Gesù. Poi Roncalli incaricò il Card. Bea di preparare una Dichiarazione per respingere quell’accusa e spiegare che, si legge nella Nostra Aetate, la Chiesa «deplora gli odii, le persecuzioni e tutte le manifestazioni di antisemitismo».

Il testo nasceva in pratica come una risposta alla Shoah. Nella Dichiarazione c’erano anche accenni a «ciò che di vero e santo» c’è nelle altre religioni e che la Chiesa «non rigetta». In 60 anni tutto si è poi arricchito con il magistero dei Pontefici e soprattutto con quello «Spirito di Assisi» inaugurato da Giovanni Paolo II nel 1986 poi confermato da tutti i suoi successori.

Un’ampia parte del documento vaticano pubblicato ieri è dedicato al dialogo con gli ebrei. Ribadisce che l’alleanza con il popolo ebraico è «irrevocabile», cita le due definizioni di Wojtyla e di Ratzinger «fratelli prediletti» e «fratelli maggiori», ma ammette che oggi, dopo Gaza e la recrudescenza dei conflitti in Medio Oriente, un’ombra vela il «dialogo ebraico-cristiano».

Insomma quello che molti, a partire dal Cardinale di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa, hanno denunciato trova conferma in un documento vaticano, segnale di grande preoccupazione a 60 anni dal testo conciliare che aveva indicato una rotta nuova: «Molti ponti di comunicazione hanno vacillato e continuano ad essere messi alla prova per la differente lettura degli eventi succedutisi, spesso non univoca all’interno delle rispettive comunità religiose».

È un’affermazione decisiva, una sorta di appello a non leggere tutto, anche le legittime analisi politiche differenti sugli accadimenti e sulle stesse accuse di antisemitismo, secondo categorie che fanno confusione dei piani e che non nasconde l’inquietudine della Santa Sede per ponti che vacillano. L’Osservatore Romano pubblica a corredo del testo un’intervista al Card. Koch nella quale invita a «parlare onestamente gli uni con gli altri di questa nuova situazione»: «Molti cristiani si trovano in una dolorosa tensione tra il loro legame con il popolo ebraico e l’obbligo etico verso chi soffre a Gaza».

© RIPRODUZIONE RISERVATA