Giovani e anziani, il ruolo del lavoro
ITALIA. Quando si parla di giovani che lasciano Bergamo, o l’Italia, e di anziani che escono dal mondo del lavoro, si tende a leggerli come due problemi separati. Il primo viene raccontato come una questione di attrattività; il secondo come una questione di anagrafe, come se l’uscita dal lavoro coincidesse con l’uscita dalla rilevanza sociale. Sono due racconti che, ciascuno per conto suo, hanno una loro verità.
Lettura 3 min.Ma se ci si ferma lì si perde la cosa più importante: giovani e anziani sono due facce dello stesso fenomeno. Quel fenomeno è la rottura di un meccanismo che teneva insieme le generazioni nei luoghi di lavoro. Chi entrava nel mondo del lavoro veniva accompagnato da chi ne aveva esperienza, e attraverso quell’accompagnamento riceveva competenze che non si trovano nei manuali. A sua volta, chi era nella seconda parte della vita lavorativa trovava in quell’accompagnamento un riconoscimento di ruolo e la conferma di avere ancora qualcosa di importante da trasmettere. Era un meccanismo silenzioso, dato per scontato: e proprio perché dato per scontato lo si è lasciato deperire senza accorgersene.
Oggi quel meccanismo non c’è più, o c’è solo a tratti. I giovani entrano nel lavoro senza una trasmissione di competenze, non soltanto tecniche. Gli anziani ne escono spesso in modo brusco, perdendo ruolo sociale, senza forme di gradualità e senza che alla società venga in mente di trasformare quel ruolo invece di interromperlo. Le due cose si tengono. Affrontate in isolamento, non si risolvono. Va però fatta subito una distinzione, perché altrimenti si rischia di semplificare. La rottura del meccanismo intergenerazionale non spiega tutto. Esistono condizioni dei lavori offerti ai giovani - contrattuali, retributive, di prospettiva - che vanno cambiate profondamente e che non si sanano con il tutoraggio di un collega più esperto. Quel piano va riconosciuto come distinto e affrontato con strumenti diversi. Camminano insieme, ma restano due questioni differenti. Detto questo, occorre superare un difetto sistematico del modo in cui si è parlato di giovani in questi anni: averli trattati come una categoria a sé. I giovani che se ne vanno, quelli che non trovano lavoro, quelli sfiduciati. Una categoria a cui rivolgere politiche dedicate, incentivi specifici, eventi mirati. Tutto questo non è sbagliato, ma è insufficiente, perché parte da un’idea di giovinezza come condizione separata dal resto del corpo sociale. La giovinezza non si tratta da sola: si tratta dentro un meccanismo che ha bisogno anche dell’altro capo della catena.
Tra i 65 e i 75 anni ci sono oggi persone con titoli di studio, livelli di conoscenza e condizioni economiche in linea con la popolazione più giovane, con alle spalle lavoro qualificato, formazione continua, esposizione a culture professionali strutturate
Quell’altro capo, oggi, è particolarmente trascurato. C’è una parte molto ampia della popolazione anziana che vive una condizione che venti anni fa non esisteva nelle stesse forme. È a questa fascia che vale la pena guardare con attenzione, perché vi si concentra una quota di esperienza, competenza e capacità di mediazione che la società rischia di lasciare inutilizzata senza accorgersene. Tra i 65 e i 75 anni ci sono oggi persone con titoli di studio, livelli di conoscenza e condizioni economiche in linea con la popolazione più giovane, con alle spalle lavoro qualificato, formazione continua, esposizione a culture professionali strutturate. Quello che succede a queste persone quando escono dal mondo del lavoro, in moltissimi casi, dovrebbe farci pensare. Perdono il senso di essere parte di qualcosa, di avere qualcuno che si aspetta qualcosa da loro. È una forma di esclusione che non si vede, perché non produce povertà visibile, ma che produce un danno collettivo. Su questo fronte ci sono modelli a cui guardare. In Belgio, in Olanda e in altri Paesi del Nord Europa esistono da una decina d’anni forme strutturate di tutoraggio intergenerazionale, in cui persone che hanno lasciato il lavoro continuano a svolgere una funzione formativa verso chi vi sta entrando. Non come ripiego, non come consolazione: come parte integrante di una politica sociale e produttiva insieme. Sono esperienze studiate, valutate, raffinate nel tempo. Non sono perfette, e i contesti non si trapiantano automaticamente. Ma offrono una prova: che si può fare, e che chi lo fa ne raccoglie benefici concreti - sia nella trasmissione di competenze, sia nella tenuta civile della popolazione anziana attiva.
I giovani non se ne vanno solo per gli stipendi. Se ne vanno anche perché chiedono di crescere, di lavorare in ambienti motivanti, di entrare in relazione, di essere misurati e di misurarsi con l’esperienza e i risultati. Gli anziani non perdono solo lo stipendio quando smettono di lavorare
I giovani non se ne vanno solo per gli stipendi. Se ne vanno anche perché chiedono di crescere, di lavorare in ambienti motivanti, di entrare in relazione, di essere misurati e di misurarsi con l’esperienza e i risultati. Gli anziani non perdono solo lo stipendio quando smettono di lavorare. È un patrimonio di competenze raffinate e di esperienze che vengono lasciate andare ed abbandonate, spesso in modo non programmato. Perdono il riconoscimento di un valore e di avere ancora qualcosa da trasmettere. È lo stesso meccanismo, visto dai due lati. E ricostruirlo è una delle poche cose serie che oggi vale la pena provare a fare.
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