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ITALIA. È un attimo far diventare gli extraprofitti una tassa sui risparmi e i mutui degli italiani.
Lettura 2 min.Extraprofitti è una parola del tutto inventata, che non ha nessuna spiegazione nella scienza economica, ma facile da capire, una manna per il demagogo che l’ha infilata nel proprio repertorio di soluzioni facili a problemi complessi.
Circola ormai da anni e l’unico vero tentativo di tradurla in qualcosa di tangibile è già stato bacchettato dalla Corte Costituzionale. Ci provò nel 2022 il Governo Draghi (tu quoque, Mario), dentro il quale stavano tutti i populisti sia pur con le orecchie basse, e si applicava alle aziende energetiche. Ma lì almeno era davvero successo qualcosa di extra, perché l’invasione dell’Ucraina aveva alzato i prezzi delle materie prime e gli utili non erano certo dovuti alle capacità aziendali ma ad una sciagurata questione estranea all’economia. Il gettito fu molto più basso del preventivato e in sostanza fu un flop, ma il concetto restò e gira tuttora, virando piuttosto sulle Banche, ma anche qui sbagliando la mira e sparando sui piedi degli utenti comuni dei crediti bancari e non solo. Già, perché è un attimo far diventare gli extraprofitti una tassa sui risparmi e i mutui degli italiani, cui far pagare l’euforia del pigliarsela con le banche ricche e cattive.
Lo sport comunque è molto praticato, ed è diventato il terreno d’incontro di tutte le anomalie delle due coalizioni politiche. Primeggia Matteo Salvini, che ha almeno il pregio di far trasalire il solitamente impassibile Tajani (che evoca l’Urss non del tutto a proposito, ma almeno protesta) e trova amorosa consonanza nell’ineffabile Bonelli e naturalmente nei gorgheggi simili in casa 5 Stelle. È la prefigurazione di una nuova maggioranza bipopulista basata su vecchie frequentazioni e dolci nostalgie contiane. Che le banche facciano grandi profitti dopo gli anni dei guai e dei pasticci è una buona notizia, non motivo di punizioni da invocare. Dall’ultima crisi sono uscite con i mezzi propri e l’unico aiuto di Stato è quello goduto da Mps, che oggi ripaga diventando il fiore all’occhiello del risiko in corso di un sistema bancario che ha tanti difetti ma invidiato a livello europeo. Anziché extraprofitti è stato imposto al sistema un contributo straordinario (che, come tale, non può andare all’infinito) di anticipazione sugli utili, dentro un quadro che è già più severo di quello delle imprese non creditizie. Rispetto ad altri settori produttivi, i guadagni sono spesso persino inferiori.
Che facciamo? Giudichiamo extraprofitti anche quelli di Ferrari, Prysmian, Moncler? Si risponde facendo presente che le banche godono della stabilità governativa e della tenuta del rating italiano, ma considerando che alcune banche hanno un rating migliore di quello della Repubblica, che facciamo, invertiamo il «rapporto di causalità» a loro favore, ha osservato Lorenzo Bini Smaghi, già in Bce per l’Italia?
Ma c’è qualcosa di più, da opporre ai mestatori che considerano il profitto stesso come un residuo di diaboliche pratiche medioevali, figuriamoci quello extra. È il fatto che uno Stato democratico non può stabilire a proprio arbitrio ciò che è o non è superiore al giusto. Il profitto se non è mercato nero è il risultato di una complessità di fattori, dentro un realistico spazio di rischio, e mescolando elementi di contesto con la capacità della conduzione d’impresa. In campo energetico, lo Stato può anche scialare due miliardi proteggendo il prezzo ad una pompa di benzina cui si accostano tutti, abbienti e non. La politica avrà fatto le sue valutazioni e comunque ne risponde. Ma anche lì, il risultato economico è il frutto di un coacervo di fattori. Il prezzo del petrolio non è determinante oggi per i costi della benzina, dipende piuttosto da una bassa offerta di raffinerie che sono state smantellate in vista della transizione energetica all’elettrico. Far pagare gli extraprofitti impedirebbe investimenti eventuali.
A meno che gli unici investimenti che contano siano quelli in voti da acchiappare mostrandosi a muso duro alla porta di banche che hanno milioni di piccoli investitori e delle società energetiche di proprietà pubblica che versano dividendi alle casse comuni. Quelli, davvero extra.
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