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I cent’anni dell’Istat e un ruolo decisivo
ITALIA. A inizio luglio 1926 nasceva l’Istat, esattamente un secolo fa. Dall’Unità d’Italia le funzioni della statistica pubblica erano state di competenza della direzione generale di un ministero economico.
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La svolta del 1926 segnò un mutamento rilevante nell’organizzazione delle attività di tipo statistico. La legge n. 1162 disponeva il riordinamento del servizio statistico, ponendolo esplicitamente «alle dirette dipendenze del Capo del Governo». La scelta era fondata sul progetto di razionalizzazione e accentramento del sistema amministrativo concretizzato nei primi due anni dall’ascesa del fascismo. La creazione di un ente autonomo di natura pubblicistica nel settore dell’attività statistica corrispondeva a una valutazione politica di Mussolini, che considerava primaria la gestione - sotto il suo controllo – di una struttura utile «a conoscere per governare». A tal fine egli chiamò alla guida dell’Istat Corrado Gino, statistico di valore internazionale.
La soluzione adottata per l’Istat ebbe notevoli sviluppi: il 23 gennaio 1933 un regio decreto sancì la nascita dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale - che avrebbe assunto un ruolo fondamentale nel settore dell’economia pubblica - alla cui presidenza fu designato Alberto Beneduce, nittiano. Il fenomeno delineò un processo di fuga dallo Stato, che avvenne mediante la creazione di un diffusissimo numero di enti pubblici, molti dei quali avevano la funzione primaria di difendere interessi di categoria. Al punto che essi vennero considerati «enti di privilegio». In quella spinta al rinnovamento del sistema amministrativo ebbero un ruolo fondamentale alcuni allievi di Francesco Saverio Nitti, che non erano - e non si consideravano - burocrati, ma tecnocrati.
Lo scoppio della Seconda guerra mondiale condusse a un rallentamento nella gestione dei servizi statistici, con una frattura nel 1943, allorché Mussolini fondò a Salò l’Istituto nazionale di statistica. A Roma le difficoltà gestionali condussero, nel 1944, a conferire la funzione della statistica al ministero dell’Industria. L’anno successivo un decreto legislativo delineò una riforma che non ebbe seguito. La stasi nell’organizzazione dei servizi si prolungava, in assenza di precise scelte da parte del governo. Allo scopo di rimuovere gli ostacoli, Alcide De Gasperi, nel marzo 1949, intervenne alla prima riunione del Consiglio superiore di Statistica affermando: «Noi abbiamo bisogno di dati sicuri, perché su di essi devono essere fondate tutte le decisioni amministrative e legislative». Al monito del presidente del Consiglio rispose il presidente del Consiglio superiore di statistica, preannunciando «l’entrata in vigore imminente» del riordinamento dell’Istituto. Ciò avvenne soltanto quattro decenni dopo.L’attività dell’Istat proseguì senza reale innovazione dei servizi. Nel 1975 un meritorio tentativo ebbe come protagonista Francesco Cossiga, allora ministro per l’Organizzazione amministrativa, che propose una riforma lentamente arenatasi. Ancora nel 1985 l’allora presidente dell’Istat, Guido Rey, espresse la preoccupazione per il regime di «prorogatio» nel quale era costretto a operare.
Le profonde titubanze del ceto politico resero inconcludenti i numerosi tentativi di riforma che si concretizzarono soltanto nel 1989, allorché si pervenne a un effettivo ridisegno innovativo. Il cambio di marcia, con il potenziamento dell’attività dell’Istat si è verificato negli anni Novanta con l’obiettivo – pienamente avveratosi – di un sistema «a rete», in grado di garantire qualità dei dati statistici, coordinamento dei processi, articolazione delle funzioni istituzionali. In questo quadro i due protagonisti sono stati Guido Rey e, dopo di lui, Alberto Zuliani. L’Istat oggi può ritenersi, a giusta ragione, una perla in un sistema amministrativo non sempre all’altezza dei suoi compiti.
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