(Foto di Ansa)
ITALIA. Fra le tante grane politiche da risolvere in vista delle prossime elezioni, due sono particolarmente scottanti.
Lettura 2 min.una, sul fronte di centrodestra, è la permanenza di Matteo Salvini alla guida di una Lega ridotta ai minimi termini elettorali; l’altra, sulla sponda avversaria, è l’effettiva possibilità che Pd e M5S riescano a trovare un accordo vero, non a parole, su chi farà il candidato premier e quale linea seguire sull’Ucraina.
Andiamo con ordine. Pressato dai suoi oppositori interni, che tuttavia non hanno mai dato vita, e neanche questa volta, ad una rivolta dei colonnelli contro il comandante, a Pontida Salvini ha fatto la mossa del cavallo, molto abile: ha annunciato un nuovo congresso da fare in fretta. I vari Romeo e Fontana sono rimasti, come si dice, spiazzati: così non è più possibile una soluzione «dolce»: sostituzione consensuale alla segreteria o costituzione di un gruppo di vertice che ridimensioni il segretario.
No, Salvini chiama i suoi critici alla conta congressuale: o con me o contro di me. Rassicurato dalla mancanza di fischi a Pontida - lo aveva chiesto ai capataz ed è stato esaudito in nome di una «Lega unita» - Salvini è convintissimo di avere ancora la base e soprattutto la struttura del movimento dalla parte sua come si è visto all’ultimo congresso di un anno e mezzo fa dove è stato rieletto addirittura all’unanimità. Ora c’è l’ancora più vistoso crollo dei consensi dovuto in parte ad un personaggio spregiudicato come Roberto Vannacci che proprio Salvini ha avuto il torto di far entrare nel pollaio non sapendo che sotto il travestimento della pecora si celava in realtà una volpe affamata.
Inoltre è sotto gli occhi di tutti che la Lega «sovranista e nazionale» a carattere marcatamente di destra si è risolta in un fiasco che ha lasciato l’elettorato settentrionale, soprattutto i ceti produttivi e gli imprenditori piccoli e medi, con l’amaro in bocca: i miliardi preventivati per il Ponte sullo Stretto di Messina è stata l’ultima goccia. Ebbene, nonostante tutto ciò, Matteo è certo di farcela ancora una volta, anche perché dalla parte avversaria non sono mica pronti a scegliersi il campione per la segreteria: sarà Romeo, il capogruppo al Senato che tra i primi contestò il segretario? O sarà il votatissimo Zaia che pure finora all’ultimo momento ha sempre esitato di fronte ad una battaglia frontale?
Altra questione, dalla parte del Campo largo. Il fine settimana dei 5 Stelle si è concluso così: comunque vada noi sul no alle armi all’Ucraina e no al riarmo dell’Italia, non trattiamo. Conte è convinto di vincere la corsa per la candidatura a premier e in ogni caso non molla di un millimetro sulla sua posizione: l’accordo si fa su quei «no». Anche Schlein è convinta di farcela sulla candidatura, ma sulla questione dirimente del programma, e cioè la guerra, per il momento non sa cosa rispondere agli ultimatum di Conte. Se la cava con un generico «troveremo l’accordo». Già, peccato che le armi o si mandano o non si mandano. E anche lei alle spalle ha mezzo partito che sul sostegno a Zelensky dichiara di non voler mollare: lo ripetono ogni giorno sui social, qualcuno anche con toni beffardi, i riformisti più battaglieri come Filippo Sensi, Giorgio Gori e Lia Quartapelle. Il rischio di Schlein è di perdersi un pezzo di partito pur di fare l’accordo con Conte alle condizioni di Conte. Ma del resto se anche alle primarie vincesse Schlein e volesse imporre la sua linea sull’Ucraina, finirebbe poi per non prendere i voti dell’elettorato ex grillino: all’assemblea di Nova, che ha approvato il programma del movimento, questo è stato detto con molta chiarezza. Riuscirà Salvini a rimanere in sella? Riuscirà Elly Schlein a quadrare il cerchio?
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