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MONDO. Il discorso sullo stato dell’Unione Europea pronunciato da Ursula von der Leyen davanti al Parlamento europeo è coinciso, curiosamente, con il discorso alla nazione di Vladimir Putin in vista delle elezioni parlamentari che si svolgeranno nel fine settimana.
Lettura 2 min.Ed è stato interessante notare la differenza. Putin ha di fatto battuto su un solo tasto: le elezioni saranno vinte da chi mostra vero patriottismo; chi va a votare è un patriota; l’unico vero obiettivo è la vittoria della Russia. La Von der Leyen, che pure non si è negata un esordio all’insegna della minaccia russa, ha invece toccato una vasta gamma di argomenti e presentato una lunga serie di proposte che dovrebbero portare a un rinsaldamento dell’Unione e al suo ulteriore sviluppo. Ma se da Mosca è arrivato un messaggio così univoco e ripetitivo da parere quasi paranoico, da Strasburgo è uscito un fluviale elenco di buoni e persino ottimi propositi che, alla fin fine, si sono trasformati quasi in un libro dei sogni.
Chi non è d’accordo sul fatto che «rilanciare l’economia europea» debba essere «la priorità numero uno?». Chi non pensa che i prezzi dell’energia sono troppo alti? Qualcuno forse sarebbe contrario a ridurre «di 260 miliardi di euro all’anno la bolletta europea per l’importazione di combustibili fossili»? Ridurre gli squilibri commerciali con la Cina? Combattere il surriscaldamento globale? Garantire la sicurezza idrica e alimentare? Stupendo. Come pure «sfruttare al massimo l’IA per migliorare la nostra società, la nostra qualità della vita e la nostra produttività» o difendere i diritti delle donne. Ma poi le risposte quali sono? Elettrificare l’Europa, anche se purtroppo non riusciamo a garantire che l’elettricità prodotta sia poi anche disponibile. Comprare meno merci cinesi (il deficit commerciale Ue nei confronti di Pechino è ormai di un miliardo al giorno, dice Von der Leyen), ovvio, anche se poi per quelle più fondamentali e preziose («Per molte materie prime critiche dipendiamo dalla Cina per oltre l’80%. Per alcune terre rare, per il 90%») la situazione è durissima. Sviluppare le «tecniche di adattamento» per dare sollievo al pianeta preda delle ondate di calore: ok, ma quando? E che fare con l’intelligenza artificiale, se i maestri del suo sviluppo stanno negli Usa e in Cina, non proprio i nostri migliori amici?
Dal discorso della presidente della Commissione europea traspare l’immagine di un’Europa che, più che agire, reagisce alle azioni altrui
Per carità, nessuno vuole dire che governare l’unione di 27 Paesi litigiosi e divisi da interessi spesso contrapposti, e farla progredire nel mondo caotico e pericoloso in cui viviamo, sia impresa facile. Tutt’altro. Ma dal discorso della presidente della Commissione europea traspare l’immagine di un’Europa che, più che agire, reagisce alle azioni altrui. Magari con buone idee ma pur sempre con il piccolo ritardo che affligge chi subisce gli eventi, più che provocarli. E quasi mai con il coraggio di prendere il toro per le corna: per gli alti prezzi dell’energia, per esempio, viene tirata in ballo la crisi dello Stretto di Hormuz senza però dire chi l’ha provocata. Anzi, nelle diverse sedi diplomatiche la Ue si è sempre espressa contro l’Iran, che avrà pure un regime inaccettabile ma che resta il Paese aggredito.
Il colpo a sorpresa la Von der Leyen l’ha sparato alla fine, annunciando alla presenza del premier canadese Mark Carney l’intenzione di «aprire la porta al Canada come primo membro associato dell’Unione europea». È uno sviluppo dei partenariati di libero scambio siglati di recente con India, Mercosur, Messico, Australia e Indonesia, certamente positivo ma non del tutto inatteso: è la risposta del Canada (e in parte anche dell’Europa) alla minacciosa politica dei dazi di Donald Trump, che ormai non spaventa più nessuno. Per questo, e per prendere una volta tanto l’iniziativa, bisognava parlar chiaro su Hormuz e su altre cose. Ma pazienza. Accontiamoci di un discorso che non fa danni e porta una bella novità.
Da derubricare a mortaretto politico, invece, buono per il botto e basta, l’annuncio di un Consiglio europeo di sicurezza che comprenda anche Canada, Ucraina, Regno Unito e Norvegia. Se l’Europa davvero volesse costruire una difesa comune, partirebbe dalla deterrenza nucleare di Francia e Gran Bretagna e costruirebbe su quella. Ma nessuno la vuole. E un simile Consiglio di sicurezza andrebbe solo ad aumentare la confusione, che già abbonda.
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