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MONDO. Ci sono morti che fanno cadere i governi e morti che non fanno nemmeno alzare un sopracciglio.
Lettura 2 min.Bergamo
Emettono l’ultimo respiro senza clamore, uno per volta, nelle case, negli ospedali, nelle case di riposo. Eppure la canicola di questi giorni che soffoca l’Europa è una faccenda politica, a meno di considerarla non come servizio al bene comune ma una faccenda di potere. L’Oms dice che il caldo finora ha causato 1.300 morti, ma se stiamo alle stime dell’Economist arriviamo a 12mila, tutte probabilmente cifre per difetto. Le vittime principali sono bambini, cardiopatici e soprattutto anziani, persone fragili di cui dovrebbe prendersi cura la comunità civica.
Eppure in questi giorni la politica - almeno quella di alto livello - fa finta di nulla, come se si trattasse di una fatalità imprevedibile, a cominciare dai vertici di Bruxelles e Strasburgo, più impegnati a varare strette sull’immigrazione. Ci si preoccupa di rispedire indietro chi arriva e assai meno delle ragioni che lo spingono a partire, come la siccità.
Non è solo una faccenda di prevenzione e di riflessione sul Pianeta. Nonostante i rivolgimenti climatici ci ostiniamo a non prendere seriamente in considerazione la riduzione dell’anidride carbonica e altri gas serra, utilizzando meno centrali a carbone, meno petrolio e gas, producendo più energia da fonti a basse emissioni, migliorando l’efficienza energetica di edifici, industri e trasporti, fermando la deforestazione e potenziando le energie rinnovabili.
Tutti provvedimenti a lungo termine che non producono consenso alle prossime elezioni. Dunque perché metterle in atto? Eppoi il caldo non vota. Il riscaldamento della Terra riguarda anche i territori del Terzo e Quarto mondo, con la distruzione dei raccolti e la disperazione di campesinos, minifundistas e piccoli proprietari terrieri, cui non rimane che emigrare nella Fortezza Europa. Eppure la cura del creato è un imperativo necessario proprio per la salvezza dell’umanità, come prescrive «l’ecologia integrale», ovvero al servizio dell’uomo, enunciata nella «Laudato si’» di Papa Francesco e nei discorsi del suo successore Leone XIV.
Ma ci sono provvedimenti più stringenti, che andrebbero presi, come il varo di un piano contro le ondate di caldo. Quello che sta accadendo in Francia, dove in meno di 10 giorni ci sono stati decine di migliaia di morti e 74 vittime per annegamento, oltre a tre bambini deceduti nelle autovetture, è emblematico. Scuole chiuse, ospedali sovraffollati, scaffali vuoti nei supermercati, condizionatori e ventilatori a ruba. Dalla prevenzione si è passati all’emergenza in un Paese che è in stato di «choc sanitario» e che a detta di tutti mass media «non è stata all’altezza della situazione e la politica è drammaticamente assente», come ha scritto Le Monde, che riporta i risultati di una Commissione d’inchiesta parlamentare. Il presidente Macron di fronte a tutto questo ha preferito far finta di nulla, derubricando questa sorta di stillicidio come «evento imprevedibile». Eppure Parigi si era dotata di un piano di emergenza sanitario dopo il 2003, quando la «canicule» aveva fatto 15mila morti, di cui il 72% sopra i 70 anni. Ma dal punto di vista climatico il 2003 equivale a un’era lontana, poiché i nostri ecosistemi sono stati concepiti «per un clima che non esiste più», come ha dichiarato la climatologa Valérie Masson-Delmotte.
In Italia si procede in ordine sparso, e dunque disorganizzato e poco efficace, là dove si può: piscine aperte agli over 65, mega nebulizzatori sparati sulla folla dalla Protezione civile, ingressi gratis ai musei, presidi sanitari, Pronti soccorso, biblioteche aperte, rifugi climatici, parchi e giardini aperti tutto il giorno, distribuzione di bottigliette d’acqua. Insomma, ciascuno si arrangia come può. La gestione dell’emergenza è affidata agli amministratori locali, mentre a livello governativo non si muove foglia, si fa finta di nulla, nemmeno una laconica dichiarazione.
Dobbiamo anche considerare che l’afa non miete solo vittime , ma misura le diseguaglianze. Non tutti possono permettersi l’aria condizionata, o un mese di «villeggiatura» al mare o in montagna, dove la temperatura è più mite. In questi giorni si stanno svolgendo gli orali dell’esame della maturità: chi non ha potuto studiare o ripassare al fresco è certamente più svantaggiato in partenza di chi ha potuto farlo in un ambiente con l’aria condizionata. C’è un’ingiustizia climatica cui i governi dovrebbero sopperire invece di gridare alla fatalità. E invece si aspetta che l’aria si rinfreschi e arrivi un bel temporale estivo a lavare ogni memoria di questo stillicidio. Non è il clima a essere imprevedibile. È la nostra ostinazione a non voler imparare nulla.
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