Il futuro sotto il braccio. Leggere, un fatto sociale

ITALIA. Di generazione in generazione, al bar, esiste un gesto che tutti riconoscono. Si arriva all’ultima pagina, si richiude il giornale, lo si piega in due e lo si lascia sul tavolo per chi viene dopo.

Lettura 2 min.

È un gesto minimo, che si impara imitando gli altri. Il giornale, a un certo punto, finisce. E finendo ci restituisce qualcosa da condividere. Si dirà che è nostalgia. Lo è, ma non nel senso consueto. Svetlana Boym, studiosa russo-americana di Harvard, che alla nostalgia ha dedicato un libro diventato un classico, ne distingueva due: una vorrebbe ricostruire il passato così com’era, l’altra lo interroga per immaginare altro. È la seconda che ha dato vita al «retrofuturismo», corrente artistica contemporanea, che risveglia il gusto per i futuri sognati ieri, dalle città volanti dei fumetti ai robot di latta.

Non è un caso che a riscoprire i vinili, la pellicola, i libri da sottolineare siano spesso ragazzi che quegli oggetti non li hanno mai conosciuti

Non è un caso che a riscoprire i vinili, la pellicola, i libri da sottolineare siano spesso ragazzi che quegli oggetti non li hanno mai conosciuti. Non rimpiangono nulla: desiderano. Cercano cose che pesano, che occupano spazio, che chiedono tempo. È questa la nostalgia che può trasformarsi in slancio: non il lamento per ciò che si è perso, ma la scoperta di ciò di cui abbiamo ancora bisogno. In questo senso il passato non è un rifugio, ma una risorsa per immaginare ciò che verrà. Il giornale di carta ha anzitutto il pregio del limite. Ha un numero finito di pagine, una prima pagina, un ordine.

Qualcuno ha scelto che cosa viene prima e che cosa dopo, e si è assunto la responsabilità di quella scelta

Qualcuno ha scelto che cosa viene prima e che cosa dopo, e si è assunto la responsabilità di quella scelta. Si può dissentire, ma si ha davanti un mondo composto, non una pioggia di frammenti, dove tutto pesa allo stesso modo. Viviamo un’epoca che accelera tutto senza lasciarci trattenere nulla: inseguiamo le notizie, ma le notizie non ci toccano, rischiano di scivolarci addosso. Un giornale permette invece di sostare, di lasciare che ciò che leggiamo ci risponda e ci cambi. Finire di leggerlo significa, per un momento, sentirsi in pari col mondo. Non sapere tutto, ma sapere abbastanza per uscire di casa e parlarne con qualcuno. Perché il giornale non è mai stato solo un contenuto.

È stato un’atmosfera, qualcosa che si respira insieme, come il clima di un gruppo di amici o di un ambiente di lavoro. Per oltre un secolo il quotidiano ha voluto dire questo: il giornale portato sotto il braccio, il fruscio delle pagine al tavolino, la copia che passa di mano, il commento con lo sconosciuto accanto, la cronaca letta in cucina mentre sale il caffè.

Il digitale aggiorna, la carta compie

Era una comunità che non aveva bisogno di proclamarsi: bastava che due persone avessero letto la stessa notizia perché tra loro ci fosse già un argomento. A Bergamo lo sappiamo bene: nei momenti più duri della sua storia recente, la città si è riconosciuta nelle pagine del suo giornale come in uno specchio comune. Rilanciare la carta non significa rinunciare al digitale. I due supporti hanno scopi diversi: il digitale aggiorna, la carta compie. Da qui si possono immaginare futuri concreti. Le edicole che si riscoprono come luoghi d’incontro e non solo di vendita. Oppure il giornale letto e discusso in classe, che diventa palestra di cittadinanza. O ancora, l’edizione del fine settimana, pensata come un oggetto da conservare e regalare. Non un ritorno, ma una seconda vita, più consapevole della prima. Qui sta il futuro possibile della carta: non in un museo della lettura, ma in occasioni in cui leggere torni a essere un fatto sociale.

Qui forse abita il paradosso del nostro tempo. Abbiamo creduto che il futuro coincidesse con ciò che non finisce mai: il flusso, l’aggiornamento continuo, la connessione permanente. Ma un’informazione che non finisce mai non lascia le pause necessarie per pensare. Senza una tregua è difficile riflettere. Il giornale piegato sul tavolo del bar ci ricorda che ogni giorno può avere una forma compiuta. Piegarlo e lasciarlo sul tavolo non è un modo di chiuderlo, ma di passarlo a chi viene dopo. E domani, puntuale, ce ne sarà un altro da aprire.

© RIPRODUZIONE RISERVATA