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ITALIA. Massimiliano Cencelli se n’è andato a novant’anni, portandosi dietro un cognome che da mezzo secolo non era più soltanto il suo. Era diventato una formula, una battuta nazionale.
Lettura 2 min.Quando in Italia si distribuiva una poltrona, spuntava Cencelli. Quando un partito litigava per un ministero, veniva evocato il suo ormai mitico manuale. Come se avesse inventato la spartizione del potere, mentre aveva soltanto avuto l’imprudenza di metterla in colonna. Il «peccato» di Cencelli, di questo funzionario della Dc, fu di trasformare in aritmetica ciò che la politica aveva sempre fatto in prosa. Fu infatti una sorta di algoritmo politico ante litteram.
La storia è nota. Nel 1967 Paolo Emilio Taviani gli chiese di occuparsi della corrente. Cencelli ragionò da ragioniere: se i tavianei valgono l’11 o il 12 per cento della Dc, avranno diritto all’11 o al 12 per cento degli incarichi. Come si fa per le società per azioni, disse. Il paragone scandalizzò chi preferiva l’ipocrisia alla contabilità. Il ministro Dc Adolfo Sarti cominciò a scherzarci sopra con i giornalisti – «chiedetelo a Cencelli» – e il nome restò appiccicato al metodo.
Da allora «Manuale Cencelli» è diventato sinonimo di lottizzazione, di sottogoverno, di quella Prima Repubblica che ricordiamo come un suk di poltrone, dimenticando che dietro quelle poltrone c’erano partiti, correnti, sindacati, associazioni, territori, mondi cattolici e laici, interessi economici e sociali che avevano un peso reale e pretendevano di essere rappresentati.
Il portaborse Cencelli non inventò la fame di potere. Tentò di disciplinarla. Il suo prontuario aveva i difetti dell’Italia democristiana: era macchinoso, bizantino, ai suoi estremi c’era forse solo il sistema parlamentare libanese. Ma aveva anche un pregio e un principio che oggi capiamo: riconosceva che il potere, in democrazia, non può appartenere interamente a uno solo. Doveva essere diviso, contrattato, compensato. Ogni corrente, anche di minoranza, contava per quello che valeva. Ogni alleato aveva il suo spazio. Ogni equilibrio era frutto di una misura, magari meschina, ma pur sempre una misura. Il ruolo di ministro degli Esteri, ad esempio, spettava al premier uscente.
Era la politica del compromesso, parola che oggi pronunciamo come un insulto e che invece, nelle democrazie, è spesso il nome meno nobile della convivenza.
Negli ultimi anni Cencelli guardava con ironia al suo cognome. Rivendicò perfino che Draghi, per i sottosegretari, aveva applicato il suo metodo «al cento per cento». Ma nel 2022, mentre si componeva il governo Meloni, sbottò: «Basta con Cencelli, gli italiani hanno altri problemi. Lo spirito del mio manuale è immortale, ma è la politica che è cambiata».
Il Manuale Cencelli è stato preso spesso a simbolo della lottizzazione, nel senso più negativo del termine. In realtà, a rileggerlo con gli occhi di oggi, somiglia molto di più a un prontuario di democrazia. Teneva conto dei pesi sociali e politici di ciascuna componente e li traduceva in potere, perché la democrazia non è tirannide o autocrazia e non è il diritto del vincitore di prendersi tutto: è il governo del popolo attraverso quella rete di partiti, corpi intermedi, autonomie e istituzioni che formano il sistema repubblicano.
Oggi, invece, il principio dominante è un altro: «the winner takes it all», il vincitore si prende tutto, come al tavolo da poker. Chi vince pretende di occupare anche gli strapuntini, il potere tende a farsi non rappresentativo, ma egemonico. Abbiamo irriso per anni quelle otto pagine dattiloscritte come il ricettario della peggiore politica. E adesso finiamo per rimpiangerle.
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