Il risiko bancario e il timone che manca

ITALIA. Mps non ci sta ad essere acquisito da Banca Intesa. O almeno, non ci stanno il suo amministratore delegato e la maggioranza, non tutto, del suo consiglio di amministrazione.

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E così il capo di Rocca Salimbeni ha orchestrato non una ma ben due operazioni alternative a quella lanciata dalla ex Ca’ de Sass e che, comunque, prosegue il suo corso autorizzativo e burocratico. Le due operazioni sono altrettante Ops, offerte pubbliche di scambio, simili a quella promossa da Banca Intesa e che ha fatto scaturire il nuovo sommovimento nel sistema bancario italiano. Oggetto delle due offerte sono Banco Bpm e Banca Generali. Vi ricorda qualcosa? Giusto: Banco Bpm fu il target di Unicredit più di un anno fa e Banca Generali era entrata nel mirino di Mediobanca. Per motivi diversi, nessuna delle due si è concretizzata. Oggi Mps spera di aggregare queste banche e indurre i suoi soci a non aderire alla proposta di Banca Intesa. Se l’assemblea di Siena e le autorità competenti daranno il via libera, la scelta finale spetterà agli azionisti dei vari soggetti coinvolti. È un disegno articolato, si può dire complesso, non privo di senso industriale e sicuramente di originalità. Arriverà in porto? Ci sono troppe variabili in movimento, dagli interessi dei singoli azionisti alla posizione delle autorità e, non ultimo, alla eventuale contromossa di Banca Intesa, che potrebbe rilanciare per rendere più appetibile la sua offerta. Per non parlare di possibili nuovi attori che volessero inserirsi in questo ridisegno complessivo.

I punti in gioco

Al di là delle legittime convenienze degli azionisti, i punti di maggiore interesse per i comuni cittadini sono due. La prima: ma è proprio necessario che a una Ops venga contrapposta un’opzione alternativa? Questa è abbastanza facile. L’amministratore delegato di una società ha il dovere di perseguire l’interesse dei soci (di tutti i soci, non di qualcuno in particolare) e quindi è giusto che metta sul piatto altre opzioni, fosse anche solo per ottenere un rilancio. Poi possono esserci anche motivi personali, di cordata, interessi che vanno oltre la singola partita, ma lasciamo stare.

La seconda questione è il miglior interesse del sistema bancario e quindi, indirettamente, del sistema economico. Di questo dovrebbe occuparsi la politica, che invece sembra orientata a blandire questa o quella comunità locale o interessi di poche minoranze rumorose. Invece, occorrerebbe comunicare una visione d’insieme di come vorremmo il sistema bancario e, nei limiti concessi dalla legge, cercare di conseguire quell’obiettivo. Per parte mia ho più volte sostenuto e documentato che il mercato del credito e dei servizi finanziari è dominato da pochi grandi operatori, il che ha dei lati positivi, ma è rimasto privo della fascia di intermediari di grandezza intermedia, più attenti al servizio della clientela di piccola e media dimensione, soprattutto nel credito. Ma ormai il dado è tratto: escluso l’improbabile scenario che tutte le Ops falliscano, o scompare Mps o scompare Banco Bpm, integrato in Mps. O, peggio, scompaiono tutte e due se Credit Agricole, maggiore azionista dell’ex popolare di Milano, rompe gli indugi e decide di fonderla con la sua partecipata italiana.

Una politica di credito

Qualcuno potrebbe arrestare questa tendenza? Non la Bce, che continua a proclamarsi a favore del consolidamento; non la Banca d’Italia, che della Bce è parte; non il governo, che non ha strumenti per opporsi ed è già stato condannato dalla Corte Europea per aver ostacolato l’Ops di Unicredit su Banco Bpm. La verità è che da troppo tempo abbiamo rinunciato ad avere una politica del credito, un timone con cui orientare l’evoluzione del sistema bancario, il quale è cresciuto sì recuperando condizioni di ottima salute, ma compromettendo in parte la sua funzione di supporto del sistema economico.

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