(Foto di EPA/TIBOR ILLYES)
MONDO. La riunione pochi giorni fa alle porte di Budapest, in una Ue spezzata e frantumata dalle incursioni di Trump e dalle divisioni tra partner storici, non è un buon segno.
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Liquidato Orban con libere elezioni, mentre il nuovo primo ministro ungherese Magyar cerca faticosamente di mettere ordine tra i guai lasciati a Budapest dal satrapo della democratura magiara, resuscita il «Gruppo di Visegrad» (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) congelato per due anni per la presenza al vertice del filoputiniano Viktor Orban. Magyar ne ha parlato nella sua prima visita all’estero nelle scorse settimane con il primo ministro polacco Donald Tusk e poi è andato ad incassare la benedizione di Lech Walesa, leader di Solidarnosc, primo presidente democratico della Polonia, tuttavia uomo assai refrattario alla logica delle piccole patrie, per via della sua educazione politica e morale alla scuola di Karol Wojtyla, il Papa dell’Europa del grande respiro dall’Atlantico agli Urali.
Magyar non bada ai contenuti e una foto con il vecchio leone di Danzica è pur sempre un’opportunità per riprendersi la leadership ormai sbiadita di capo degli sceriffi dell’Unione, gruppo creato nel Castello di Visegrad sull’ansa del Danubio a 35 chilometri dalla capitale ungherese, luogo simbolico della resistenza ai mongoli trasformato in baluardo di protezione da Bruxelles per favorire l’integrazione ad Est.
Poi tutto è scivolato in populismi e suprematismo identitario, deriva pericolosa da assedio perenne delle regole dell’Ue, turbonazionalismo di una banda dei quattro arroccato su parole d’ordine inquietanti che sono andate ben oltre la discussione sull’euroscetticismo. Le sirene di Visegrad hanno eccitato molti. Ma la barriera di Bruxelles ha tenuto. Se oggi tutto è tornato con la riunione pochi giorni fa alle porte di Budapest, in una Ue spezzata e frantumata dalle incursioni di Trump e dalle divisioni tra partner storici, strappare dalla morte Visegrad non è un buon segno. Il leader ungherese Magyar ha sfruttato la visita a Varsavia per rimarcare la differenza con Orban ed elogiare al contempo la Polonia per il perfetto utilizzo dei fondi europei. Il leader polacco Donald Tusk ha immediatamente colto l’opportunità per rilanciare Visegrad dal suo punto di vista e mettersi con astuzia alla testa di un nuovo processo: «Sarò più che felice. Ho aspettato moltissimi anni questo momento per sedermi di nuovo allo stesso tavolo con un ungherese, uno slovacco e un ceco».
In dieci anni la spesa militare di Varsavia è cresciuta del 200 per cento. Ha incassato 44 miliardi di euro dalla Commissione per il rafforzamento dell’esercito e dell’industria della difesa
Non è l’incipit di una barzelletta e se negli anni scorsi lo scombinato «Gruppo di Visegrad» era poco più di un prurito per Bruxelles, ora la nuova formazione può diventare un problema. Magyar e Tusk hanno promesso di allargarlo ai Paesi nordici, ai Baltici inquieti e fedelissimi scudieri americani, a Vienna, a Zagabria, a Bucarest e perfino ai Balcani occidentali, scontenti dell’Unione che promette adesioni, ma poi fa l’occhiolino solo all’Ucraina. Visegrad rischia di diventare una grana con al vertice la Polonia. Varsavia è in corsa come nuova forza militare del Continente con investimenti record, prima potenza terrestre europea della Nato, ambizione strategica e politica e riscatto di una storia tragica davanti a nazioni che non hanno brillato a difesa dei polacchi. In dieci anni la spesa militare di Varsavia è cresciuta del 200 per cento. Ha incassato 44 miliardi di euro dalla Commissione per il rafforzamento dell’esercito e dell’industria della difesa. È il Paese dove Trump intende spostare le truppe americane in Europa e Varsavia è l’unica capitale, secondo Washington, convinta che il conflitto ucraino abbia cambiato l’architettura europea. Eppure passare dal castello di Visegrad al castello del Wawel con una fitta schiera di commensali orgogliosi, allarga la faglia già precaria tra Bruxelles e i 27 dell’Unione e non offre all’Europa alcuna garanzia di riparo dal futuro disordine mondiale che già potentemente si intravvede.
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