Inflazione, la tassa ineguale

BALZO DEI PREZZI. L’inflazione è una tassa che non colpisce tutti allo stesso modo.

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Chi dispone di patrimoni protetti, chi ha un debito a tasso fisso e un reddito che cresce può attutirne gli effetti. Chi vive di stipendio o pensione e soprattutto chi fa fatica ad arrivare a fine mese accusa il colpo. Per questo l’inflazione viene chiamata «tassa dei poveri».

È una situazione che ci restituisce l’Istat: a ottobre i prezzi aumentano del 5,4% su base annua, contro il 4,2% di settembre. Un livello che non si vedeva dall’agosto 2023. A spingere la corsa sono soprattutto i beni energetici, rincarati del 31,4%, quelli regolamentati arrivano al 59,5%.

Gli alimentari freschi (la frutta viaggia sui camion che consumano gasolio) salgono del 7,5%. Sono voci essenziali dei bilanci familiari. Quando aumentano luce, carburanti e alimentari, il conto non si ferma alla cassa del supermercato: raggiunge i trasporti, le imprese, i costi di produzione. Guerre e tensioni internazionali pesano sulle materie prime, osserva il ministro Giorgetti. Ma attribuire tutto alle crisi esterne non esaurisce la questione politica: governare significa anche prepararsi agli choc e limitarne le conseguenze.

Il confronto con l’Europa

Il confronto europeo è eloquente e impedisce facili alibi. Tra le maggiori economie, l’Italia registra l’inflazione più elevata: la Spagna è al 4,9%, la Francia al 3,4%, la Germania al 2,8%. E mentre i prezzi corrono, il Pil italiano resta fermo nel terzo trimestre. È il combinato disposto che mette in difficoltà un Paese: stagnazione e perdita di potere d’acquisto (gli economisti la chiamano stagflazione). Per le aziende margini compressi e investimenti incerti, per i consumatori, rinunce e progetti di acquisto rinviati. La scala mobile, che adeguava i redditi all’inflazione ma innescava la spirale prezzi-salari, fu abolita nel 1992 senza che venisse introdotto un sistema equivalente di tutela del potere d’acquisto.

Il problema dei salari

Il problema più grave infatti si chiama salari. A settembre le retribuzioni contrattuali sono aumentate del 2,5% rispetto al 2025, per il secondo trimestre consecutivo crescono meno dell’inflazione. E il governo che fa? Non può operare sul costo del denaro, prerogativa della Banca centrale europea, né cancellare per decreto le conseguenze delle guerre. Può però agire sulle imposte indirette, sugli oneri energetici e sugli aiuti alle famiglie più esposte. Riduzioni temporanee e mirate di Iva e accise possono dare sollievo, purché il beneficio raggiunga davvero i consumatori e non diventi una voragine nei conti pubblici.

Sussidi distribuiti indistintamente invece costano molto e rischiano di alimentare altra domanda, quindi altri rincari, per non parlare dei «bonus» ai fini di ottenere consenso elettorale. Servono anche scelte a lungo termine: diversificare le fonti energetiche, rafforzare reti e infrastrutture, aumentare la produttività. La risposta, a parte lo sgravio delle tasse per le partite Iva, i «rentier» che affittano appartamenti ai giovani e poco altro, appare assai insufficiente. Una stretta sulla rivalutazione delle pensioni mentre i prezzi accelerano sposta poi ulteriore peso su redditi che non possono negoziare aumenti. La prudenza di bilancio è necessaria, trasformarla in immobilismo o farne pagare il prezzo ai più vulnerabili è un’altra cosa. Un governo non viene giudicato solo da quanto riesce a frenare l’inflazione, ma da come distribuisce il costo della crisi, che per i meno abbienti si trasforma spesso in una croce.

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