(Foto di Ansa)
ITALIA. Il caso di Mario Roggero, manco si trattasse dell’affaire Dreyfus, cattura ormai da giorni le prime pagine dei quotidiani e – quel che è peggio – monopolizza i social, quasi che il Paese sia stato ipnotizzato da un caso che nella sua drammaticità è piuttosto semplice.
Lettura 2 min.Come hanno appurato tre gradi di giudizio e si evince dai filmati delle telecamere, dopo aver subito una rapina il gioielliere è uscito in strada e ha sparato alle spalle ai tre rapinatori armati di una pistola giocattolo e di un coltello, ormai in fuga, ammazzandone due e ferendone un terzo, per poi accanirsi a calci in faccia su uno dei due agonizzante. Si tratta di vendetta privata, non certo di legittima difesa, dato che non sussisteva più alcun pericolo né per Roggero né per i suoi familiari. Oltretutto mettendosi a sparare in strada il nostro aveva messo a repentaglio anche le vite dei passanti. Basta guardare le immagini, la ricostruzione è inequivocabile, nessuna minaccia imminente.
Eppure nel Centrodestra si è scatenata una gara alla solidarietà con il commerciante che ha dell’incredibile. La Lega ne ha fatto un martire e Salvini è già andato due volte a trovarlo in carcere utilizzando le sue prerogative di parlamentare. Il generale Vannacci lo considera un simbolo di giustizia negata aggiungendo che chiunque entri in casa d’altri dovrebbe aspettarsi di morire, anche se viene raggiunto fuori dall’abitazione. Duemila e passa anni di diritto cancellati per ritornare all’età della pietra, quando armati di clave si inseguiva chi entrava nella propria caverna e il processo si concludeva con l’uccisione dell’intruso.
Ci si è messa anche la premier Meloni, scandalizzata per il risarcimento ai parenti delle vittime, inneggiando alla maggior considerazione per un padre di famiglia in preda allo stress della situazione, all’esasperazione, allo squilibrio psichico di chi si trova in quella situazione. Che è esattamente quello che fa una Corte d’Assise. Sono i giudici le persone deputate a giudicare tutte quelle fattispecie e a considerare le varie attenuanti o aggravanti della situazione dosando le varie pene possibili. E invece si preferisce delegare tutto al quarto grado di giudizio, quello dei social, che sentenzia, inventa, ingigantisce ed esaspera. Si invoca persino la grazia prima ancora che siano uscite le motivazioni, quasi si trattasse di una sorta di Cassazione, con il condannato - già pregiudicato per aver minacciato il fidanzato della figlia e i suoi genitori con la pistola - che anziché manifestare il pentimento del suo gesto intima al Capo dello Stato a «mettersi una mano sulla coscienza», cosa inaudita.
Per la «Corte d’Assise dei social» un ladro perde il diritto di vivere. Se il gioielliere avesse chiamato le forze dell’ordine i tre ladri sarebbero stati certamente presi, vista la quantità di telecamere presenti nella zona. Sarebbero stati assicurati alla giustizia e avrebbero scontato la loro pena in carcere, nella speranza che quest’esperienza dolorosa li avesse rieducati. È questo lo Stato di diritto. Questa strumentale e becera ricerca del consenso politico in fondo non fa che sminuire l’opera di magistratura e polizia. Purché le forze dell’ordine si comportino in maniera corretta: l’episodio di Bologna è inquietante, tra l’altro in corrispondenza con l’anniversario dei soprusi commessi al G8 alla caserma di Bolzaneto. Anche in questo caso sarà la magistratura ad accertare i fatti e a comminare le pene eventuali. Sperando che non parta la corsa alla solidarietà con i poliziotti prima ancora che si accertino i fatti.
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