La Spagna campione non solo nel calcio

MONDO. Il Paese sta vivendo un periodo felice nonostante gravi problemi sociali, evidenziatisi principalmente con la forte avanzata dell’ultradestra.

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La Spagna ha vinto il campionato del mondo di calcio. Istintivamente, chissà perché, si è portati spesso a pensare che chi si impone nelle grandi manifestazioni sportive internazionali rappresenti un Paese in cui si vive bene o meglio che da altre parti. Ma è davvero così? La Spagna pare essersi «italianizzata». Da quando l’instabilità politica regna sovrana e gli scandali scoppiano come «churros» la «Roja» regala bastonate a tutti nel «fútbol». La Spagna di oggi sembra l’Italia degli anni ’80. La sua economia è una delle migliori in Europa: il suo Pil è dato nel 2026 in crescita al 2,4%. Il suo tasso di disoccupazione, attorno al 10%, è uno dei più bassi dalla crisi finanziaria del 2008. Le sue merci sono diventate ultra-concorrenziali e i servizi sono migliorati negli ultimi anni. In breve, la Spagna sta vivendo un periodo felice nonostante gravi problemi sociali, evidenziatisi principalmente con la forte avanzata dell’ultradestra in funzione anti migratoria e la crisi abitativa «alquiler» con prezzi impossibili per l’acquisto di appartamenti e con affitti, ormai diventati introvabili.

Tra sport ed economia

Esiste quindi una correlazione tra le vittorie sportive e gli aspetti economici? Secondo alcuni studi la risposta è «sì». I professori Bernard e Busse ritengono che il Pil - calcolato come grandezza della popolazione e sua ricchezza pro-capite - sia l’elemento da tenere in considerazione, poiché il denaro garantisce infrastrutture, tecnologia e allenatori, mentre la popolazione è la massa critica per far emergere i talenti naturali. Basandosi su tale tesi e analizzando i dati disponibili, la Spagna dal 2022 ha fatto registrare una crescita vicina al 10%, tra le migliori dell’Eurozona, e la sua popolazione è addirittura aumentata di 1,5 milioni di abitanti. All’opposto sono la Germania e l’Italia, un tempo punto di riferimento sportivo ed economico. Dal 2022 il Pil tedesco ha iniziato a zoppicare se non ad arretrare, mentre nel Belpaese il 24-25% della popolazione ha ora più di 65 anni e l’accumulo di ricchezza si è fermato.

Le nazionali emergenti

Il calcio è, quindi, lo specchio del Paese e della sua società? La Germania si è impigrita sui suoi risultati economici e non ha voluto innovare, tanto che adesso è stata definita un Paese «analogico nell’era digitale». Basta guardare alla sua industria automobilistica (la Volkswagen sta per chiudere stabilimenti in serie) e alla crisi psicologica in atto. L’Italia, invece, ha fatto osservare una lenta decadenza. Secondo l’esperto Jeremy Cunningham «si è confusa la posizione storica di dominio con una garanzia di successo futuro». L’avanzata al Mundial 2026 delle squadre dei Paesi «emergenti» (Marocco, Senegal, Egitto) non è sorprendente, poiché è da decenni che il peso economico di tale area del globo è in crescita.

Guardare al futuro

Queste realtà hanno anche il vantaggio di inviare i migliori giocatori in campionati più importanti dei loro per importare poi gratuitamente «know how» calcistico. Certo, alla fine, però ci vogliono i talenti per vincere, altrimenti si guarderanno sempre gli altri alzare la Coppa. Un esempio lo sono stati oggi Haaland per la Norvegia e ieri Modric per la Croazia. Ma attenzione: la grande capacità di fondare un centro innovativo e superspecializzato come quello della Masia, la scuola calcio del Barcellona, ha fatto la differenza assieme alla volontà di investire sui giovani, dando loro subito spazio in prima squadra. Alla finale di New Jersey otto «furie rosse» e un certo Leo Messi, sbarcato in Catalogna a 13 anni, hanno decretato il trionfo di tale modello. Il futuro non deve fare paura.

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