L’accordo tra Usa e Iran è stracciato: rischi enormi

MONDO. Non è passato un mese (la firma è del 18 giugno) e il Memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran è già carta straccia. E la delusione è cocente. Colpa nostra, forse.

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Ci eravamo illusi che bastasse una firma per chiudere una crisi che in realtà affonda radici robuste non solo nel marasma delle relazioni internazionali ma anche e soprattutto nelle esigenze interne dei protagonisti, dagli Usa impegnati a frenare lo sfarinamento del loro potere globale all’Iran degli ayatollah (e ora ancor più dei pasdaran) che in questo conflitto vedono, oltre al resto, un’occasione per rinsaldare il loro potere. Senza dimenticare Israele, che gusta l’occasione per farla finita con il nemico storico di Teheran ma non può ignorare i tempi e i modi dettati dal grande fratello americano.

Dovremmo ricordarci, per non stare sempre a inseguire l’ultimo drone, che i due tempi di questa guerra (giugno 2025 e febbraio-giugno 2026) si sono aperti con attacchi a tradimento contro l’Iran mentre erano in corso negoziati; e che la motivazione principale degli attacchi, ovvero la bomba atomica degli ayatollah, era a dir poco esagerata. Il terzo tempo, quello in corso, rischia di essere più grottesco e nello stesso tempo più pericoloso. Più grottesco perché, tra un bombardamento e l’altro, Donald Trump ci ha messo del suo: ora vuole bloccarlo lui, lo Stretto di Hormuz, chiedendo anche un «pizzo» del 20% sul valore dei carichi come premio per la protezione gentilmente imposta. Non ci ricorda nulla?

Il Memorandum inutile

Il famoso e ormai inutile Memorandum prevedeva che l’Iran garantisse «il transito sicuro e gratuito delle navi commerciali, per un periodo di soli 60 giorni», avviando in seguito «un dialogo con il Sultanato dell’Oman per definire la futura amministrazione e i servizi marittimi nello Stretto di Hormuz, in collaborazione con gli altri Stati rivieraschi del Golfo Persico, nel rispetto del diritto internazionale vigente e dei diritti sovrani degli Stati costieri». Insomma, se qualcuno avesse dovuto «amministrare» lo Stretto e cavarne un utile sarebbe stato l’Iran o un gruppo di Paesi del Golfo, cosa tutto sommato logica.

Ma Trump non è celebre per rispettare gli accordi, come gli iraniani non sono rinomati per la pazienza e la diplomazia. Quindi, passati sì e no i 30 giorni spesso citati nel Memorandum, invece di avere intese più chiare e definitive abbiamo una nuova guerra. Che, come dicevamo, è ancor più insidiosa delle precedenti, perché rischia di trasformarsi in qualcosa di ancora più ampio. Ieri due aerei iraniani hanno rotto il blocco aereo intorno allo Yemen e sono atterrati all’aeroporto di Sana’a, controllato dai ribelli sciiti Houthi. Poco prima, per impedire l’atterraggio, le forze governative avevano bombardato le piste; e subito dopo, come ulteriore memento, sono arrivate le bombe dei caccia sauditi. Finale: Mohammad al-Farah, membro dell’ufficio politico del movimento yemenita Ansar Allah, ha dichiarato che «nel caso in cui questa situazione continui, lo Stretto di Bab-el-Mandeb e lo Stretto di Hormuz saranno chiusi nell’ambito di una operazione congiunta, il che porterà a un aumento senza precedenti dei prezzi del petrolio, fino a raggiungere i 200 dollari al barile». Il tutto mentre il greggio Brent si arrampicava oltre i 79 dollari a barile, con un aumento del 5% rispetto al giorno precedente.

L’allargamento del conflitto

Il Comando centrale americano (CENTCOM) ogni giorno, finiti i bombardamenti, elenca una serie di obiettivi colpiti per degradare le capacità di risposta dell’Iran, che per il momento mantiene una consistente capacità di reazione. Questo ripropone pari pari lo stallo che aveva portato alla firma del Memorandum. Sul lato Usa la domanda è: accettare un compromesso (un mese fa tutti lo definivano una sconfitta per Washington) per togliersi dai pasticci oppure scatenare una guerra totale? Su quello dell’Iran invece è: concedere qualcosa agli Usa (sul nucleare? Su Hormuz?) per arrivare a un accordo o accettare lo scontro, a rischio di disastri economici e militari?

E mentre i protagonisti riflettono, la guerra ormai coinvolge, oltre a Iran, Usa e Israele, anche Bahrein, Oman, Kuwait, Emirati, Arabia Saudita e Yemen. E se le minacce su Bab el Mandeb non fossero vuote, una riedizione della crisi energetica di qualche mese fa. Ma con tutti noi più vicini all’inverno.

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