L’audacia di cambiare lo sguardo sui migranti
MONDO. Prevost ha riportato in cima all’agenda politica italiana ed europea la questione delle migrazioni e ha ribadito che si tratta di questione «epocale».
Lettura 2 min.Il dolore bisogna guardarlo in faccia, sentire che morde la pelle nel vento carico di salsedine e di spruzzi che salgono dal mare. C’è un dolore che non ha fatto in tempo a passare la «Porta d’Europa» e resta muto oltre la falesia di Punta del Cavallo Bianco. Leone decide all’improvviso di incontrarlo. Non basta traversare la Porta, dallo scoglio il grido muto del Mediterraneo va ascoltato, gli spruzzi come lacrime di un pianto a riempire il volto. Ci sono gesti e ci sono parole della missione di Prevost a Lampedusa che resteranno nella storia, la Spoon River silenziosa al cimitero di Cala Pisana, i passi per mano ai bambini sotto l’arco della salvezza, lo scoglio che certifica la globalizzazione dell’indifferenza e le parole potenti nell’omelia, denuncia di chi sceglie di non farsi prossimo.
Il Papa a Lampedusa
A Tenerife si era inchinato di fronte ai migranti. A Lampedusa, gli occhi fissi alle onde, Leone ha spiegato al mondo che i confini vanno presidiati con compassione, che nessuno può distogliere lo sguardo, che non bastano due bandiere per scrivere una storia diversa, perché è solo dalla roccia sdrucciolevole di Cala de’ Pazzi che tutto si vede meglio compreso il consenso della paura.
Prevost ieri ha riportato in cima all’agenda politica italiana ed europea la questione delle migrazioni e ha ribadito che si tratta di questione «epocale». Il tema era stato fatto scivolare in basso ma c’è un Papa che si è messo di traverso e osa dire che la via del mare è pericolosa come quella che scendeva da Gerusalemme a Gerico, via dell’indifferenza globale e religiosa, ma via del «buon samaritano». Oggi si chiama «Forum Lampedusa Solidale» e ciò che fece quell’uomo del Vangelo oggi lo fa chi ha inventato i corridoi umanitari e i cittadini di Lampedusa.
Il tema politico
Eppure non basta. È qui che il ragionamento di Leone diventa politico: «I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate». Il tema non è popolare, il consenso è una brutta bestia da gestire. Così da anni non si governa la mobilità, ma si gestiscono emergenze, si decidono flussi senza offrire integrazione, si cede alla percezione dell’invasione e si arriva alla repressione dei diritti per la «fretta di passare oltre».
Tra paure e pregiudizi
Ieri a Lampedusa c’era solo il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano a rappresentare il governo, nessun ministro, né la premier. E nemmeno le opposizioni. Sull’immigrazione e la sua gestione, soccorsi compresi, l’unica politica è quella del passo indietro e mai quella di «fermarsi, commuoversi, abbassarsi, piangere». Governa la paura, i pregiudizi, i «calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui», ha messo in chiaro il Papa. Oggi è «bello» odiare gli stranieri in nome della piccola parte di benessere percepito per sé e i propri cari. Sul versante opposto c’è «la civiltà dell’amore», richiamata da Prevost, responsabilità di scegliere se proteggere la dignità umana oppure se alimentare la forza «con indifferenza, cinismo, menzogna, odio».
L’Europa con il Patto su migrazioni e asilo di poche settimane fa ha confermato di sentirsi minacciata e impotente, piano senza respiro che non affronta i nodi economici, ambientali e politici delle migrazioni. L’Europa può fare invece come il buon samaritano, cioè cambiare programma, direzione, politiche, insomma inchinarsi davanti ai migranti e considerare prioritaria la pericolosità delle loro rotte. Leone ha chiesto ieri l’«audacia» di «pensare diversamente». Invece l’unica parola che si sente in giro è «remigrazione». Da una parte il Papa e dall’altra il generale Vannacci e in mezzo la vaghezza politica di un’architettura istituzionale ed economica dell’Unione in balia di fantasmi.
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