Le richieste dei giovani interrogano il Paese

ITALIA. C’è un’indagine presentata al recente forum Teha di Cernobbio passata quasi sotto silenzio. È il Rapporto «Giovani Expat. Come farli tornare» realizzato dal Cnel. Grazie alle risposte di 2.500 ragazzi, lo studio prova a spiegare perché 441mila giovani italiani dal 2011 hanno scelto di emigrare.

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Le conclusioni sono chiare: parlano di retribuzioni e opportunità e potrebbero suonare ovvie se non fosse che nel nostro Paese il potere d’acquisto degli stipendi è sceso dell’8,6% dal 2019 al 2025 (dati Istat). E le previsioni Ocse per quest’anno non sono confortanti: per l’Italia stimano un’ulteriore riduzione dello 0,9% dei compensi reali.

Il numero di residenti di età compresa fra i 18 e i 34 anni ha raggiunto il picco di 15,2 milioni nel 1994; nel 2025, una trentina d’anni dopo, è precipitato a 10,4 milioni e lo scivolone è stato calmierato dall’arrivo di giovani dall’estero

Che il nostro non sia un Paese per giovani, lo si percepisce a vista camminando per strada. Il Rapporto Cnel mette in fila numeri impietosi sull’inverno demografico che fanno da cornice alla scelta di molti di espatriare e da questa vengono ulteriormente peggiorati. Il numero di residenti di età compresa fra i 18 e i 34 anni ha raggiunto il picco di 15,2 milioni nel 1994; nel 2025, una trentina d’anni dopo, è precipitato a 10,4 milioni e lo scivolone è stato calmierato dall’arrivo di giovani dall’estero, altrimenti il dato sarebbe stato ancora più basso: 8,4 milioni. La tendenza demografica, com’è noto, non accenna a capovolgersi e sui flussi in ingresso pendono le incertezze politiche nella gestione dell’immigrazione.

Le previsioni

L’alto numero di laureati «è riconducibile alla bassa domanda delle imprese di lavoratori con alta istruzione, mentre quella delle giovani va ricondotta anche alla forte disparità di genere, che diventa tanto più evidente e intollerabile quanto più alto è il grado di istruzione, spingendo le giovani ad andare all’estero per avere quel riconoscimento di diritti paritari che in Italia è negato nei fatti»

Il risultato, come attestato di recente dall’Istat, è che nel 2050 mancheranno 3,4 milioni di potenziali lavoratori. Quanto all’emigrazione dei giovani, diventata sempre più evidente a partire proprio dal 2011, la fotografia che ne fa il Cnel non lascia spazio ad alibi: il saldo migratorio 2011-2024 è stato pari a 441mila giovani in meno, «ossia poco meno del 5% dei giovani residenti nel 2025; la quota di laureati è salita fino al 44,2% nel 2023; circa la metà delle uscite nette è dalle regioni settentrionali, più ricche di reddito e opportunità; le giovani rappresentano quasi la metà degli emigrati e sono più istruite». L’alto numero di laureati «è riconducibile alla bassa domanda delle imprese di lavoratori con alta istruzione, mentre quella delle giovani va ricondotta anche alla forte disparità di genere, che diventa tanto più evidente e intollerabile quanto più alto è il grado di istruzione, spingendo le giovani ad andare all’estero per avere quel riconoscimento di diritti paritari che in Italia è negato nei fatti».

Tanti sono i giovani che lasciamo andare verso Paesi avanzati, pochi sono quelli che sappiamo attrarre, sintomo di un trend che, a differenza di quanto accade altrove, non crea circolazione e integrazione virtuose, ma è solo a perdere: per nove giovani italiani che emigrano, solo uno arriva in Italia dagli stessi Paesi a economia evoluta (dati Istat, per Eurostat si sale a 14,5 contro uno). Sulle ragioni che li hanno spinti ad andare oltre confine, le risposte dei giovani sono scomode: basso livello delle retribuzioni, cultura del lavoro arretrata, scarsa valorizzazione delle competenze. Speculari i motivi che potrebbero indurre a un ritorno: aumenti delle buste paga e opportunità adeguate, intese come prospettive professionali, riconoscimento delle competenze e valutazione delle prestazioni. Con un’annotazione non secondaria per quanto riguarda le retribuzioni: l’entità degli aumenti attesi potrebbe essere rivista al ribasso qualora migliorassero altre condizioni del Paese oggi carenti, quindi con alloggi a prezzi più ragionevoli, servizi più efficienti, conciliazione vita-lavoro coerente con le proprie esigenze; fermo restando il capitolo opportunità e con un approccio più severo da parte delle giovani, meno disponibili dei maschi a tornare in Italia. A volerci mettere la testa, ce ne sarebbe a sufficienza per tenere impegnate la politica e le forze economico sociali del Paese in vista della scadenza elettorale dell’anno prossimo. Ma di questo Rapporto si è sentito parlare gran poco, quasi nulla.

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