(Foto di EPA/OLIVIER HOSLET)
MONDO. Gli avvenimenti degli ultimi mesi fanno pensare al destino del continente europeo. Le foto dei leader dei Paesi Brics riunitosi nei giorni scorsi a New Delhi, con il presidente russo e quello iraniano affiancati agli omologhi cinese e indiano, inducono più di una riflessione.
Lettura 2 min.In concomitanza, il presidente degli Stati Uniti si trovava in Irlanda per lanciare la provocazione sull’unità dell’isola e mettere in difficoltà il già fragile equilibrio che contraddistingue quella situazione. Nel frattempo, nel cuore dell’Europa, le elezioni in Sassonia-Anhalt e in Svezia dimostrano la forza crescente di forze politiche che, anche quando dicono che vogliono un’altra Europa, in realtà rifiutano l’idea stessa di Europa, come cessione parziale di sovranità nazionale in cambio di una pacifica coesistenza e un mercato unico, ancorché non ancora del tutto integrato.
I prossimi dodici mesi saranno carichi di appuntamenti elettorali, dalla Francia alla Spagna, dall’Italia alla Polonia. Tra solo un anno potremmo trovarci all’interno di un processo di disgregazione degli equilibri che si sono faticosamente eretti a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale. Mentre ora le parole contro l’Europa sgorgano senza risparmio da più parti, nessuno è oggi in grado di immaginare fino a dove si potrà arrivare. Ma il combinato disposto di un’America dichiaratamente antieuropea, di una guerra ai confini come quella tra Ucraina e Russia, e delle guerre in Medio Oriente con un’energia sempre più cara per un’Europa non autosufficiente, rappresentano un inedito e pericoloso combinato.
Ciò nonostante, quella che sembra prevalere è un’assoluta inerzia: di pensiero, di processo e di azione. Di pensiero, perché è difficile dar torto a chi sostiene che l’Europa sembra oggi una sovrastruttura lenta e tutta intenta a regolamentare, piuttosto che a individuare le vere priorità attuali, e magari concedersi un po’ di autocritica (sull’automotive, ad esempio, ma anche su certi estremi in materia ambientale). Di processo, perché i tempi di reazione, aldilà degli annunci, sono complicati e caratterizzati da una governance e da una burocrazia soffocanti. Di azione, perché occorre capire che con l’attuale situazione, i Paesi che compongono il Continente hanno oggi pochi e mirati bisogni: una difesa comune (meno costosa e più efficace della somma delle difese nazionali), il controllo dei fenomeni migratori (che significa riconoscimento dei confini europei), una maggiore crescita permessa da una maggiore libertà di impresa e dall’emergere di campioni europei nei settori trainanti, e un welfare sostenibile. In sintesi, con le dinamiche attuali, si ha l’impressione di un’Europa dove prevale l’inerzia e l’attesa, un approccio da piano quinquennale di sovietica memoria.
È un peccato, perché la posta in gioco è davvero altissima. Sarà poi difficile, ad esempio, spiegare ai tanti giovani che studiano, si muovono e lavorano dentro gli Stati europei, se lo potranno continuare a fare con la stessa facilità e gli stessi costi di oggi in un’Europa in disgregazione. E questo approdo sarà anche un piatto d’argento servito a tutti coloro che preferiscono un continente di staterelli, rissosi e divisi, rispetto all’Europa di oggi, che è anche una forza economica e finanziaria che garantisce un relativo benessere a oltre 500 milioni di persone. E che sta dimostrando una resilienza economica e finanziaria sorprendenti, malgrado una serie di urti e di difficoltà inedite e che dovrebbe far riflettere coloro che, anche in buona fede, ritengono che nulla cambi anche dovessimo tornare agli equilibri del primo Novecento.
I sistemi inerziali purtroppo sentono solo le scosse. Speriamo che i segnali che da tempo arrivano dall’opinione pubblica, ispirino chi ha la responsabilità attuale sulle sorti del nostro Continente. Che si colga l’urgenza del non attendere e del proporre qualcosa di nuovo, di semplice e di forte, ancorché forse già in ritardo. Saranno poi i cittadini a scegliere, ben più consapevoli della posta in gioco. E se poi questo nuovo orizzonte lo proponesse l’Italia, sarebbe per noi un nuovo inizio, degno di un Paese fondatore dell’Unione europea.
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