Lo sguardo sui ragazzi che manca alla riforma

ITALIA. Prima ancora di essere un imputato, un minore che sbaglia è un ragazzo/a che qualcuno — un educatore, un insegnante, un genitore — ha già incontrato, osservato, provato a capire. È da questo sguardo che nasce ogni giudizio serio sulla sua responsabilità.

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Ed è proprio questo sguardo che la riforma sull’imputabilità dei minori, appena approvata dal Consiglio dei ministri, rischia di svuotare. Sulla carta cambia poco: l’età resta ferma a 14 anni, le pene restano le stesse. Cambia il punto di partenza. Oggi il giudice deve accertare caso per caso se un ragazzo/a tra i 14 e i 18 anni sia davvero capace di intendere e di volere. Con la riforma questa capacità si presume da subito: sarà l’eventuale incapacità a dover essere dimostrata. Una parola sola — presunzione — sposta il baricentro dell’intera giustizia minorile.

Oggi il giudice deve accertare caso per caso se un ragazzo/a tra i 14 e i 18 anni sia davvero capace di intendere e di volere. Con la riforma questa capacità si presume da subito: sarà l’eventuale incapacità a dover essere dimostrata

Il governo l’ha annunciata così: «Chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni. Anche quando è minorenne». Convince perché sembra ovvia, ma nasconde un’implicazione scorretta: lascia intendere che, fino ad oggi, chi sbaglia non risponde. Non è così: il sistema attuale non esenta nessun minore dal rispondere di un reato, prevede solo che il giudice accerti caso per caso se fosse in grado di comprendere il disvalore del proprio gesto. Un accertamento che non è un cavillo, ma il punto di partenza di un lavoro educativo serio: capire chi si ha davanti, prima di stabilire come deve rispondere. È questo, non il «se» deve rispondere, ciò che la riforma cambia davvero — sposta il peso della prova, non la responsabilità.

Una legge non può cambiare quanto ascolto mettiamo nella vita di un ragazzo/a prima che sia troppo tardi: quella responsabilità resta nostra

Il tema della rieducazione

La Costituzione, all’articolo 27, dice che le pene devono tendere alla rieducazione: per i minori. Questo principio è la ragione per cui esiste, dal 1988, un processo penale separato da quello degli adulti, con strumenti come la messa alla prova, che sospende il giudizio per un percorso educativo. È un sistema che presuppone il tempo di capire prima di giudicare. La riforma non lo abolisce, ma lo indebolisce a monte: se la responsabilità si presume fin dall’inizio, lo spazio per l’accertamento — osservazione, servizi sociali, biografia del ragazzo — si restringe. Cambia la sequenza: da «capiamo chi è, per decidere come rispondere» a «risponde, poi eventualmente vediamo il percorso». È lo spostamento silenzioso di un intero paradigma, dalla rieducazione alla retribuzione.

C’è una rete di adulti, prima di lui: famiglia, scuola, servizi, comunità. Una rete che ha agito, o non ha agito, prima che quel ragazzo arrivasse a delinquere. Presumere la responsabilità del minore rischia di essere un modo per non guardare questa corresponsabilità

C’è poi un secondo piano, meno discusso ma altrettanto urgente. Anche detta con le parole giuste, quella frase fa ricadere tutta la colpa su un solo minorenne. È comodo, perché il conto si chiude lì, ma chi lavora ogni giorno con ragazzi in difficoltà — nelle comunità educative, nei percorsi di accompagnamento — sa che il reato di un minore raramente nasce nel vuoto. C’è una rete di adulti, prima di lui: famiglia, scuola, servizi, comunità. Una rete che ha agito, o non ha agito, prima che quel ragazzo arrivasse a delinquere. Presumere la responsabilità del minore rischia di essere un modo per non guardare questa corresponsabilità.

Se il problema è tutto suo, non siamo tenuti a chiederci cosa non ha funzionato attorno a lui. È una forma di sollievo, più che di giustizia: ci indigniamo per il fatto, senza interrogarci sulle premesse. Responsabilità individuale del minore e responsabilità collettiva degli adulti non sono in alternativa: sono piani da tenere insieme. Una riforma che punta tutto il peso sul primo, indebolendo lo spazio dedicato a comprendere la persona, dice qualcosa anche sul secondo: forse è più facile chiedere a un ragazzo/a minorenne di rispondere delle sue azioni, che chiedere a una società intera di rispondere delle proprie assenze. Forse è proprio questo, oggi, il vero atto di responsabilità che ci manca: interrogarci su quanto siamo stati presenti — noi adulti — prima che a un ragazzo/a venisse chiesto di rispondere di un reato commesso. Una legge non può cambiare quanto ascolto mettiamo nella vita di un ragazzo/a prima che sia troppo tardi: quella responsabilità resta nostra.

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