Per i titoli tecnologici alti e bassi, non crollo

MONDO. Parlare di crollo dei titoli azionari tecnologici è un errore di prospettiva temporale.

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I cali di questi giorni sono poca cosa rispetto alla crescita del passato: l’indice Msci World Info Tec che raggruppa le società del settore tecnologico mondiale è oltre il 15% sopra i valori di inizio anno e il 38% rispetto a un anno fa. Se ampliamo l’orizzonte anche solo a 5 anni, l’incremento è del 138%.

Per il Nasdaq, il cosiddetto listino dei titoli tecnologici, la performance a 5 anni è vicina all’80%. La volatilità di questi giorni non mette in discussione il trend di fondo, che vede il comparto affermarsi sempre più come il motore di una fase di crescita durevole e non passeggera. Questo non esclude alti e bassi, momenti di discontinuità e quindi arretramenti, anche bruschi. È quello che sta accadendo in questi giorni, soprattutto ad alcuni titoli che erano aumentati in misura forse inopinata. Ma al di là dei casi specifici come Space X che meriterebbe un discorso a parte, il quadro è abbastanza semplice da comprendere. Ci stiamo rendendo conto della differenza fra questa fase di sviluppo tecnologico e quella dell’avvento di internet, che pure generò la sua bolla nel 2001 con il relativo scoppio successivo. Le nuove aziende di allora erano leggere in termini di fabbisogno di capitale. Pensate a Facebook, Amazon, Google: grandi idee innovative relativamente facili da far partire e non particolarmente esigenti in termini finanziari. E infatti si autofinanziavano con i loro utili già nelle fasi relativamente precoci dello sviluppo.

Le nuove società tecnologiche

Oggi ci stiamo accorgendo che anche le aziende tecnologiche sono capital intensive, devono fare investimenti colossali e sono assetate di finanziamenti. Riusciranno a ripagare questi impegni? Risulteranno tutti profittevoli questi grandi progetti che assorbono miliardi di dollari? È un dubbio più che legittimo, soprattutto quando non si parla dell’esito in generale dell’Intelligenza Artificiale, su cui l’ottimismo è diffuso, ma quando si parla della società X o della società Y. Ecco perché i titoli tecnologici sono diventati così sensibili all’andamento dei tassi di interesse: se le società si devono indebitare per realizzare gli investimenti che annunciano, l’aumento del costo del denaro minaccia dapprima la loro redditività e poi, se le cose si mettessero male, anche la stessa solidità patrimoniale.

E purtroppo le prospettive di inflazione, nonostante la calma apparente sul versante geopolitico, non sono rosee. Le Banche centrali la fronteggeranno alzando i tassi, aumenteranno gli oneri finanziari delle big tech, si comprimerà la loro redditività e quindi il valore delle azioni. Così ragionano i mercati, in modo semplice ma consequenziale. Io vedo molte analogie fra la costruzione delle reti ferroviarie nel XIX secolo e l’avvento dell’Intelligenza Artificiale.

I treni richiedevano giganteschi investimenti che vennero finanziati anche con il risparmio di piccoli investitori, con buoni profitti e occasionali fallimenti. Quelle infrastrutture generarono un salto importante nella crescita della società e dell’economia, come ci aspettiamo dalle nuove tecnologie. E allora seguiamo l’esempio di Charles Darwin, che fra un’osservazione dei lombrichi o dei cirripedi e un capitolo dell’Origine della specie, non disdegnava qualche incursione nei non meno oscuri meandri della finanza. Investiva i soldi suoi e della moglie Emma Wedgwood, quelli delle ceramiche, nelle compagnie ferroviarie allora in pieno sviluppo. Non ne trasse certo gloria scientifica come con i suoi studi, ma buoni dividendi che gli consentirono di dedicarsi alle sue nobili ricerche.

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