Petrolio e alleanze, l’Arabia all’angolo

MONDO. Dev’essere brutto, per un riccone, svegliarsi un mattino e scoprire che i soldi non danno la felicità.

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È quel che succede all’Arabia Saudita che, fuori di metafora, sta scoprendo che gli enormi capitali accumulati grazie a gas e petrolio, e con dovizia spesi per ingraziarsi questo o quel potente di turno, non bastano a garantire la tessera del club delle nazioni che contano. Dopo dodici anni di guerra in Yemen contro i cosiddetti «ribelli Houthi» (anche se controllano il 40% del territorio, su cui vive il 70% della popolazione), condotta a tratti con crudeltà nei confronti della popolazione civile, il regime di Mohammed bin Salman si ritrova a essere regolarmente aggredito nei suoi gangli più vitali: raffinerie, oleodotti e depositi sono colpiti dagli Houthi o dalle milizie sciite filo-iraniane dell’Iraq, mentre le basi Usa sono minacciate dall’Iran. Non solo: le forze armate saudite, beneficate da una spesa per la Difesa di 25 miliardi di dollari nel solo 2026 (il Paese è da molti anni stabilmente tra i primi cinque per investimenti militari), non sono riuscite a fermare l’avanzata dei «ribelli» yemeniti che ora controllano da vicino lo Stretto di Bab-el-Mandeb. E se già prima erano stati in grado di costringere le petroliere saudite a girare al largo, adesso si fanno addirittura le foto ricordo accanto ai cacciabombardieri sauditi abbattuti.

I ribelli Houthi

È di queste ore la notizia che, con la mediazione dell’Oman, il regime di Riad ha chiesto agli Houthi una tregua umanitaria di due giorni. Tregua che gli Houthi, che sono poco eleganti ma non stupidi, hanno rifiutato ben capendo che servirebbe ai sauditi per riprendere fiato di fronte a un’offensiva che li ha colti impreparati. Prima di questa mossa Bin-Salman ne aveva fatte altre, tutte coronate da insuccesso. Ha chiesto a Donald Trump di formare una coalizione internazionale anti-Houthi e come risposta ha ricevuto un eloquente silenzio. Si è rivolto a Francia, Regno Unito ed Egitto per avere missili intercettori ma questi, con l’allarme Russia che impera, se li sono tenuti ben stretti. E il famoso patto di difesa reciproca da poco firmato con Turchia e Pakistan sembra avere un valore del tutto teorico. Risultato: le esportazioni saudite di petrolio sono scese al minimo degli ultimi quindici anni (3,2 milioni di barili al giorno) e a Riad palesemente non sanno che pesci prendere.

Il ruolo di Usa e Israele

All’attuale triste sorte dei sauditi contribuiscono diversi fattori. Da un lato l’improvvida guerra di Trump contro l’Iran, che ha svelato la debolezza dell’apparato militare installato dagli Usa nel Golfo Persico e, nello stesso tempo, ha impoverito i pur fornitissimi arsenali Usa e costretto Trump, che tra un mese e mezzo rischia la batosta elettorale al voto di metà mandato, a misurare le proprie azioni. Ma per restare a Trump, anche l’evidente gioco a due che gli Usa conducono con Israele: negare aiuto a Mohammed bin Salman significa anche spingerlo tra le braccia di Benjamin Netanyahu e forzarlo a firmare quegli Accordi di Abramo che, per realizzarsi davvero, hanno appunto bisogno della partecipazione di Riad. E infatti l’Arabia Saudita, dicono molte fonti mediorientali, avrebbe chiesto a Israele di avere i sistemi antiaerei come Iron Dome e Fionda di Davide.

E poi c’è il quadro internazionale, tra politica ed economia, da tenere in considerazione. Nessuno dei competitor dei sauditi nel commercio del petrolio, dagli Usa alla Russia per non parlare dell’Iran, ha interesse che torni sul mercato l’abbondante greggio saudita, con l’inevitabile calo del prezzo. Il peggio che può succedere è che India, Cina e Ue paghino un po’ di più il petrolio, e questo non è certo un problema loro.

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